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William Bill Ramsey: il lupo mannaro di Southend

Un caso molto particolare, tra i tanti a cui indagarono i coniugi Warren , è quello che prese il nome di "Il lupo mannaro di Southend&q...

29 febbraio 2020

Mistery Box nel Dark Web



Sicuramente avrete sentito parlare (o visto alcuni video su YouTube in merito) di unboxing. Si tratta di alcuni video in cui dei ragazzi aprono scatole "misteriose" e ne rivelano il contenuto, spesso ignoto anche a loro stessi prima dell'apertura della scatola o del pacco.
Una "leggenda" abbastanza inquietante è la versione horror di questa pratica. Alcuni tizi, apparentemente temerari, acquisterebbero sul dark web (da non confondersi con il deep web) a cifre anche abbastanza elevate (si arriva anche a parlare di pagamenti che sfiorano il migliaio di dollari), dei pacchi misteriosi da utenti altrettanto sconosciuti e che conterrebbero materiale appartenuto a serial killer, oggetti usati per perpetrare omicidi, maledetti, posseduti o potenzialmente illegali.
Il pagamento del pacco varia in base, appunto, alla "pericolosità" del suo contenuto, così che degli oggetti provenienti dalla scena di un omicidio costino più o meno, a seconda dei casi, di una bambola posseduta da un demone, tanto per fare un esempio, e sarebbe effettuato rigorosamente in bitcoin, una criptovaluta quasi impossibile da tracciare, così da rendere la transazione anonima per entrambi.
Come dicevo prima, sul web di video di questo tipo ne trovate a tonnellate e tutti sono accomunati da alcune caratteristiche: il pacco, come accennato prima, è assolutamente anonimo e il contenuto rimane ignoto fino alla sua apertura, non viene consegnato dal classico corriere (dimenticate Bartolini, Sda e soci che bussano alla vostra porta esclamando: "c'è una mistery box per lei!"), ma verrebbe ritrovato, senza alcun preavviso, sulla soglia di casa, dovunque si abiti, dovesse anche essere il trentesimo piano di un palazzo.
Quest'ultimo dettaglio è abbastanza sconcertante, perchè si suppone che il venditore faccia anche migliaia di chilometri per consegnarlo di persona, che assuma uno pseudo-corriere per farlo o, estremamente improbabile, che il pacco si materializzi fuori dalla porta di casa vostra come per una sinistra e terribile magia.
C'è da dire che i ragazzi che si ritrovano il pacco davanti casa hanno davvero l'aria sorpresa e preoccupata nei loro video, come se avessero pagato (e fornito i loro recapiti) per un pacco che difficilmente avrebbero sperato o creduto di ricevere.
Il momento dell'unboxing vero e proprio è l'elemento davvero disturbante di tutta la faccenda (come se acquistare un pacco misterioso sul dark web non fosse già un azzardo): si trova davvero di tutto, dagli indumenti apparentemente sporchi di sangue o altri liquidi di natura organica, fetore incluso, a coltelli arrugginiti, bossoli di proiettili esplosi, foto di persone con i visi "cancellati", corde, bamboline di stoffa trafitte da spilli, lettere scritte da probabili suicidi, buste di plastica contenenti di tutto, da cibo andato a male a pezzi di organi, si spera, di natura animale.
Il fatto è che oltre la leggenda, non ci sono prove certe che questi acquisti vengano realmente effettuati o che il contenuto delle scatole sia realmente pericoloso, sta di fatto che più di uno youtuber afferma di essersi ritrovato a spendere cifre consistenti per acquistare l'anima di una persona, un demone o roba proveniente da una scena del crimine, e chi legge questo articolo o visiona gli innumerevoli video sull'argomento, si ritrova a optare per tre scelte: prendere atto che questa è una realtà che contribuisce a rendere il web un luogo più spaventoso e pericoloso di quello che possa sembrare, non credere a una sola parola (o immagine) di tutto ciò, oppure tentare di acquistare, anche per pochi dollari, una di queste scatole e aspettare cosa succede. Magari la scatola non si materializzerà mai sullo zerbino di casa vostra, magari vi trovereste a dovervi ricredere, consci che qualcuno di cui non sapete nulla adesso sa benissimo chi siete e dove abitate.
Il fatto è che è davvero difficile entrare nel dark web per chi non ha un minimo di familiarità con determinate "meccaniche"; difficile ma non impossibile.
Per chi fosse curioso di saperne qualcosa di più, invito a visionare questo video pubblicato su Youtube, in cui per centocinquanta sterline un ragazzo ha acquistato una mistery box nel dark web e si appresta a farne l'unboxing.
Un altro video dello stesso tenore potrete visionarlo qui, dove il tizio in questione ha addirittura spero, a sua detta, ben ventimila dollari per una mistery box targata dark web.
Sono solo due esempi che vi fanno capire quanto ampio e profondo sia questo mondo, che si contrappone alle innocue unboxing di trucchi, libri e cibarie, e che catapulta il malcapitato in qualcosa che forse, se tutto questo fosse vero, non si sarebbe mai dovuto invischiare.
Per concludere, vi lascio a un video, sempre proveniente da Youtube e pubblicato da Il Sesto Elemento, che parla di questo fenomeno (il video è in italiano, ndr.); una ulteriore prova di come questa leggenda, vera o finta che sia, abbia delle radici talmente profonde da risultare, oramai, inestirpabile, buona visione.





25 febbraio 2020

Bloody Mary




Si narra che in America, tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, Mary, una ragazza di 16 anni che viveva con il padre medico e la madre lavandaia, all'improvviso si ammalò di difterite ed entrò in coma. La malattia era contagiosa e il padre dottore fece credere a tutti che per la figlia non ci sarebbe stata più speranza, seppellendola .
La madre, che era una donna di fede, non riusciva ad accettare la terribile decisione del marito, credendo che la figlia potesse avere comunque una possibilità per sopravvivere, quindi decise di legarle al polso una corda che uscisse fuori dalla bara e che fosse collegata ad una campanella appesa a un paletto, in modo tale che, se la ragazza si fosse svegliata, muovendosi, avrebbero sentito lo scampanellio e sarebbero corsi a disseppellirla.
La madre si era proposta di passare la notte al cimitero, perché da casa non si sarebbe udito il suono della campanella, ma il marito le somministrò un sonnifero e la portò in casa, perché sapeva che anche se Mary si fosse svegliata, sarebbe morta di asfissia.
Il giorno successivo si recarono al cimitero e notando la campana per terra, come se qualcuno l'avesse strattonata al punto da sganciarla dal paletto a cui era fissata, iniziarono a scavare e quando aprirono la tomba videro Mary ricoperta di sangue. Le sue mani erano lacerate, le dita erano prive di unghie perché gli si erano conficcate sul fondo del coperchio della bara, nel vano tentativo di grattarsi una via verso la salvezza, verso la luce. I genitori intuirono che la figlia, in preda alla paura, aveva provato a scavare nel legno ed era morta per soffocamento. 
Il modo in cui Mary morì è forse uno dei peggiori che si possa mai immaginare: sepolti vivi.
Il giorno successivo il padre entrò in bagno con una candela accesa pensando alla figlia e pronunciando il suo nome diverse volte in preda alla disperazione. Di colpo la moglie sentì un urlo e un rumore forte provenienti dal bagno, corse verso di esso e quando entrò vide il marito morto, riverso sul pavimento insanguinato e lo specchio totalmente in frantumi.
Secondo la leggenda, chi volesse invocare Bloody Mary deve chiudersi in bagno, spegnere le luci, posizionarsi davanti a uno specchio con una candela accesa e pronunciare per ben tre volte il suo nome ("Bloody Mary", "Bloody Mary", "Bloody Mary"), mentre un'altra leggenda dice che si deve fare anche un giro su se stessi quando lo si pronuncia.
Alla fine del rituale svolto, dallo specchio dovrebbe apparire la figura spettrale di Mary che, una volta invocata, provocherebbe cose terribili al malcapitato di turno, come cavargli gli occhi fuori dalle orbite, sfigurarlo, ucciderlo in maniera sanguinolenta o intrappolarlo dentro lo specchio per l'eternità.
Come in tutte le leggende che si rispettino, ci sono diverse versioni di Bloody Mary, una piuttosto suggestiva è che se la si evoca senza guardarla direttamente negli occhi, ma limitandosi a guardarne il riflesso, Mary sarà costretta a rivelare il futuro della persona che l'ha evocata. Un'altra versione invece dice che farebbe apparire il riflesso dell'evocatore invecchiato, un'altra ancora che l'unica cosa che appare è l'impronta della sua mano insanguinata sulla superficie dello specchio.



Qualunque sia la verità, ammesso che ci sia, intorno a questa leggenda, quella di Bloody Mary è una storia che continua ad appassionare e ad avere una posizione di rilievo all'interno delle leggende metropolitane che si tramandano di generazione in generazione.

20 febbraio 2020

La bambola Robert



Quanti di noi da bambini giocavano con i propri pupazzi e le proprie bambole credendo che si muovessero e che parlassero con noi? Oggi le bambole sono sempre più realistiche, addirittura alcune sembrano dei veri neonati (le cosiddette bambole "reborn") che possono apparire perfino spaventose.
Alcuni secoli fa le bambole erano delle fedeli riproduzioni di esseri umani e spesso erano delle riproduzioni piuttosto inquietanti, come la famosissima  "Robert The Doll", di cui sicuramente alcuni di voi avranno sentito parlare, che è considerato uno degli oggetti più infestati al mondo dopo Annabelle (di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo).
Per quasi 115 anni Robert ha affascinato, spaventato e scombussolato il pubblico e ancora oggi continuano ad accadere cose strane in sua presenza.
La sua altezza è uguale a un bambino di età compresa tra i 4 e 5 anni, vestito con abiti da piccolo marinaretto; i suoi occhi sono delle perline nere dall'aspetto vacuo e le sue guance sono ricoperte di buchi. Tiene in grembo un cagnolino con grandi occhi sporgenti e un'espressione allegra.
La storia inizia nel 1906 a Key West, un'isola della Florida. Su questo aspetto ci sono due varianti: la prima racconta di una tata di colore, originaria delle Bahamas, che regalò la bambola a un bambino di 5 anni di nome Robert Eugene Otto. Si suppone che la donna odiasse la famiglia del bambino, per il quale lavorava, e che praticasse antichi rituali associati al Voodoo, facendo sì che in quell'innocente e tenero regalo si nascondesse, in realtà, una potente maledizione. Per far sì che la maledizione avesse effetto, si narra che i capelli della bambola fossero stati prelevati proprio dal piccolo Robert. La seconda invece racconta che la bambola fu acquistata in Germania da un nonno per regalarla al suo nipotino.
Indipendentemente da come la bambola fosse arrivata al bambino, lui se ne era innamorato e gli aveva dato il suo stesso nome, portandolo ovunque egli andasse e vestendolo con i suoi stessi abiti.
Dopo l'ingresso della bambola in casa cominciarono a verificarsi piccole stranezze, oggetti che sparivano, giocattoli distrutti e rumori notturni, come se qualcuno corresse in giro per la casa.
Quando i genitori accusavano il bambino per gli oggetti spariti o per i rumori, come se fossero dei dispetti, lui rimbalzava l'accusa alla bambola Robert, dicendo che fosse lui il colpevole di tutto. "Robert did it!" (è stato Robert!) era la sua risposta di sempre.
Spesso i suoi genitori lo sentivano conversare amabilmente con il suo bambolotto, altre volte vi litigava animatamente e quando le sue urla li costringevano a entrare in camera per vedere cosa stesse succedendo, lo ritrovavano rannicchiato e impaurito in un angolo.
La presenza della bambola cominciava ad essere opprimente, il bambino iniziò ad avere incubi frequenti, si svegliava gridando in preda alla paura e quando i genitori correvano da lui notavano sempre mobili spostati e oggetti sparpagliati sul pavimento, ma la sua risposta era sempre la stessa: la colpa era della bambola. I genitori, stanchi della situazione, decisero di rinchiudere la bambola in soffitta e porre fine così al problema.
Gli anni passarono e il bambino crebbe senza più pensare al suo omonimo "amico" di un tempo, frequentò l'Accademia di Belle Arti di Chicago e l'Art Students League di New York e infine andò alla Sorbona parigina, dove conobbe sua moglie Anne. Dopo la morte del padre, Robert ne ereditò la casa e ci andò a vivere con sua moglie. Fu allora che, cercando di sistemare i vecchi ricordi di famiglia, rovistò in soffitta ritrovando il suo amico di infanzia, come se avesse aspettato paziente il suo ritorno.  Da quel momento tra i due si creò nuovamente un legame estremamente morboso.




La moglie trovava inquietante questo legame tra Robert e la sua bambola, pensò addirittura che suo marito fosse impazzito quando le comunicò la volontà di creare una stanza solo per essa, completa di mobili e giocattoli perfettamente proporzionati alla sua grandezza, in modo che potesse guardare fuori dalla finestra. La stanza del suo amico Robert sarebbe stata quella che si trovava in cima alla torretta della loro abitazione.
Una volta, un idraulico che era stato assunto per fare delle riparazioni nella casa della famiglia Otto, sostenne di aver sentito delle risate di bambini, sebbene Robert e sua moglie non avessero figli. Incuriosito dalle voci, ne aveva seguito la provenienza e si era accorto che le voci provenivano dalla stanza in cima alla torretta. Quando era entrato nella stanza, aveva notato la bambola e senza un motivo preciso il suo corpo fu pervaso dai brividi. Era come se lo stesse fissando, sul pavimento c'erano diversi giocattoli disposti a caso e l'uomo aveva avuto come la sensazione di aver interrotto un bimbo mentre si stava divertendo con i suoi giochi preferiti, solo che in quella stanza, a parte lui, c'era soltanto un bambolotto e il suo fido cagnolino di stoffa.
La moglie si teneva a distanza dalla bambola più che poteva, diceva che si sentiva osservata e la trovava spesso in posizioni diverse da come l'aveva lasciata. Inoltre diversi vicini di casa le riferirono di avere visto il bambolotto affacciarsi a finestre di stanze diverse, e tutto questo quando i coniugi Otto non erano in casa. Nonostante le perplessità della donna, suo marito Robert non volle mai liberarsene, e soltanto quando morì, nel 1974, lei si decise a relegare nuovamente la bambola in soffitta e vendere la casa.
La famiglia Reuter, nuovi proprietari dell'immobile, avevano una figlia di nome Myrtle, che appena trovò la bambola la portò nella sua cameretta per giocarci insieme alle altre della sua collezione.
Ma ben presto cominciarono di nuovo i dispetti, spostando oggetti e mettendo in disordine.
Una notte la bambina si svegliò gridando e disse ai suoi genitori che la bambola l'aveva aggredita nel tentativo di ucciderla, cosa che afferma tutt'ora, anche se ormai è una donna adulta.
Robert The Doll adesso risiede all'East Fort Martello Museum, in Florida, dentro una teca di vetro, donato dall'ultima proprietaria, dopo essersi risvegliata con un principio di soffocamento causato dalla bambola sedutasi sul suo viso.
Molti visitatori giurano di aver visto la bambola muoversi, passarsi il cagnolino da una mano all'altra e di averla sentita anche ridere. Chiunque tenti di scattargli una foto senza chiedergli formalmente il permesso si ritroverebbe soltanto una sfilza di immagini sfocate e soltanto all'uscita dal museo i dispositivi usati per scattare le fotografie riprenderebbero a funzionare regolarmente.
Robert The Doll è divenuto una delle attrazioni più famose della Florida, una tappa imprescindibile per gli appassionati dei ghost tour, ma continua a essere un "bambino" discolo e dispettoso, seguendoti con lo sguardo dai suoi occhi neri e profondi, giocando nella sua teca con il suo cagnolino e sfidando chiunque non gli porti il dovuto rispetto.



14 febbraio 2020

Dipinti maledetti: il bambino che piange



Quando si parla di oggetti posseduti o maledetti, difficilmente li si riconduce a qualcosa che nasce per motivi totalmente opposti, quali un'opera d'arte per esempio, soprattutto se l'opera d'arte ha, come tema centrale, degli innocenti bambini.
Invece è quello che sembra essere accaduto a una serie di dipinti realizzati dal pittore Bruno Amadio (sotto lo pseudonimo Giovanni Bragolin) e che volevano mostrare ai turisti in gita a Venezia, l'orrore della Seconda Guerra Mondiale, da poco terminata non senza gravi strascichi sociali, politici ed economici.
Questa serie di ritratti, (circa 27 in tutto) raffiguravano tutti, come già detto in precedenza, lo stesso soggetto: un bambino, o una bambina, con lo sguardo sofferente, gli abiti malconci e una lacrima che scende copiosa sulla guancia paffuta. 
Fin qui nulla di strano, in effetti i quadri non solo attiravano i turisti, ma venivano anche acquistati per arredare una parete spoglia della casa o per fare bella mostra di sé sul camino.
Le voci su una presunta maledizione presero piede soltanto anni dopo la morte del pittore (avvenuta nel 1981), quando, a Rotherham, una casa venne distrutta da un incendio e a salvarsi, indenne dalle fiamme, fu un unico oggetto: un quadro raffigurante un bambino piangente.
Da quel momento, altre abitazioni sembravano prendere fuoco nel corso degli anni senza alcuna apparente spiegazione, dove a salvarsi era sempre e solo uno dei dipinti "maledetti" di Bragolin.
Questi dipinti, venduti per pochi spiccioli, non solo furono venduti con estrema facilità in tutto il Regno Unito, ma tra originali e copie si diffusero migliaia di "bambini piangenti" nelle case, i cui abitanti iniziarono a credere a un vero e proprio maleficio, al punto che il periodico britannico The Sun ne parlò in uno dei suoi articoli, e tutto questo grazie a un accordo economico fatto da Bragolin con una società inglese decisa ad acquistarne i diritti per via dell'interesse che suscitavano nelle persone.
Furono allora fatte svariate ricerche, atte ad approfondire la storia dei dipinti e dello stesso Bragolin, ma come sempre accade in queste storie, la realtà finì inevitabilmente per mischiarsi alla leggenda e alle mere speculazioni, ritraendo una versione dei fatti di cui appare impossibile scinderne le tre parti.
Ne uscì fuori allora che Giovanni Bragolin avesse utilizzato, come modelli dei suoi dipinti, alcuni bambini di un orfanotrofio, maltrattandoli e picchiandoli affinché il loro sguardo e la loro espressione fosse identica a quella che lui stava cercando: quella di un bimbo sofferente.
Si parlò anche di un bambino, soprannominato "El Diablo", il cui odio per gli orrori della guerra appena terminata e che gli aveva strappato via i suoi affetti più cari, si riversò sulla tela al punto da imprimerne la propria maledizione a chiunque l'avesse posseduta.
C'era chi affermava che i quadri risultavano totalmente ignifughi e chi sosteneva addirittura che dondolassero da soli, come sospinti da una forza invisibile.







Gli stessi vigili del fuoco provarono a dare una spiegazione razionale alla faccenda, nella speranza di mitigare la pandemia che dilagava tra tutte le persone (ed erano tante) che possedevano almeno uno di quei dipinti, spiegando che il pannello sul quale erano stampati era un legno particolarmente duro e trattato chimicamente al punto da renderlo ignifugo, ma la paura era tanta e a nulla valse spiegare che non è che prendevano fuoco le abitazioni in cui si trovassero dei bambini piangenti, ma che questi dipinti erano così largamente diffusi che spesso, quando una abitazione si incendiava, dentro vi se ne trovava una copia.
Intanto il Sun approfittò della situazione a suo favore, cercando di trasformare le segnalazioni (che aumentavano esponenzialmente giorno dopo giorno) in una vera e propria campagna mediatica in cui si chiedeva di inviare, presso la loro redazione, tutti i quadri maledetti, che una volta raccolti sarebbero stato bruciati pubblicamente nella speranza di mettere fine una volta per tutte a questa maledizione.
I dipinti raccolti furono innumerevoli e come promesso vennero accatastati e bruciati in pubblico, con sollievo dei loro ex proprietari e per la felicità del The Sun, che se ne uscì, anche in questo caso, con un eclatante articolo dedicato alla fine della maledizione dei bambini che piangono.



La storia riguardante la maledizione dei bambini che piangono emerge spesso fuori tra blog e social network, soprattutto in concomitanza con la festa di Halloween, ed è innegabile che al di là delle spiegazioni razionali e della realtà dei fatti, c'è un certo interesse verso questi poveri bambini e la ragione delle loro lacrime, perché un bambino che piange spezza sempre il cuore di chi lo vede, qualunque ne sia la causa.

12 febbraio 2020

John Wayne Gacy - il Killer Clown




John Wayne Gacy nacque a Chicago il 17 marzo del 1942, figlio di John Stanley Gacy e Marion Elaine Robinson.
L'infanzia di John fu costellata di eventi traumatici che segnarono indelebilmente il resto della sua vita: oltre a essere un bambino obeso, dovette subire per anni le molestie del padre alcolizzato, che arrivò addirittura a picchiarlo e frustarlo con una cinta di cuoio quando aveva soltanto quattro anni, reo di aver manomesso accidentalmente un macchinario sul quale stava lavorando.
Come se le molestie non bastassero, il piccolo John veniva continuamente preso in giro dal padre e dalle sorelle, che lo ritenevano grasso e stupido, oltre che effeminato, e tale era il bisogno del ragazzino di approvazione da parte del padre che anche quando fu molestato, all'età di nove anni, da un amico di famiglia, non raccontò mai nulla per non deluderlo e non farlo arrabbiare.
All'età di 11 anni un ematoma cranico dovuto a un incidente in altalena sulla quale stava giocando e diagnosticato solo cinque anni dopo, soffrì di perdite della memoria e violenti mal di testa, fino all'asportazione chirurgica dell'ematoma che avvenne quando aveva già 17 anni, età nella quale gli fu diagnosticata anche una grave insufficienza cardiaca.
Il 1964 fu per Gacy un anno molto intenso dal punto di vista sentimentale, affettivo e lavorativo; fu in quell'anno infatti che iniziò a lavorare in qualità di direttore per un negozio di calzature, sposò la sua fidanzata, Marlynn Myers ed ebbe la sua prima esperienza omosessuale con un suo collega, entrambi ubriachi. Questa sua omosessualità latente, che cercava di nascondere e che sfociava spesso in una omofobia ingiustificata, potrebbe essere stata la scintilla che lo spinse a uccidere, ma a questo ci arriveremo.
nel 1966 divenne il direttore di tre ristoranti, di proprietà del suocero, appartenenti alla catena Kentucky Fried Chicken, motivo per il quale si trasferì con la moglie a Waterloo (Iowa), dove nacquero, a distanza di un anno l'uno dall'altra, suo figlio Michael (nato nel 1967) e sua figlia Christine (nata nel 1968).
L'omosessualità di Gacy intanto emergeva a cicli sempre più brevi, con avances su colleghi che, qualora non le avessero accettate, venivano giustificate come scherzi goliardici tra uomini.


Il piccolo John Wayne Gacy

Gacy era un affamato fruitore di materiale pornografico omosessuale, e proprio con la scusa di vedere uno dei film della sua collezione attirò, nel 1967, il quindicenne Donald Voorhees, figlio di un suo amico, che fece ubriacare per convincerlo a praticargli del sesso orale. 
Quasi un anno dopo, quando il ragazzo ebbe il coraggio di raccontare al padre quanto accaduto, questi si recò dalla polizia e Gacy fu arrestato per tentato stupro.
Negando tutte le evidenze e le testimonianze del giovane, l'uomo pretese di essere sottoposto alla macchina della verità, che rivelò che egli stava mentendo spudoratamente.
Per dissuadere il giovane Donald dal testimoniare al processo, Gacy, nel frattempo liberato nell'attesa dell'udienza, aveva anche pagato un suo impiegato, Russell Schroeder, per assalirlo e spaventarlo al punto da non presentarsi al suddetto processo, ma Donald riferì anche questo alla polizia, che non poté fare altro che arrestarlo nuovamente.
In seguito a esame medico fu diagnosticata a John Wayne Gacy una personalità asociale, che però non precludeva una sua partecipazione attiva al processo.
Nel processo, tenutosi il 7 novembre del 1968, Gacy si dichiarò colpevole per quanto riguardava Donald Voorhees, all'epoca minorenne, e fu condannato a scontare 10 anni di reclusione nel penitenziario di Anamosa.
La moglie, lo stesso giorno, chiese il divorzio.
Dopo soli 18 mesi, dato che Gacy si era comportato da perfetto detenuto modello, fu rilasciato sulla parola con dodici mesi di libertà condizionata: era il 18 giugno 1970.
Tornato a vivere con la madre a Chicago, trovò lavoro come aiuto cuoco in un ristorante e venne accusato, per l'ennesima volta, di tentato stupro ai danni di un ragazzino che, in base alla testimonianza dello stesso, era stato attirato nella vettura dell'uomo, che cercò subito di violentarlo.
Stranamente, il ragazzo non si presentò in aula in fase processuale e Gacy fu definitivamente rimesso in libertà nell'ottobre del 1971, poiché la commissione sulla libertà vigilata non venne mai a conoscenza dell'accaduto.
Le cose da quel momento in poi sembravano aver preso una piega diversa: Gacy acquistò un appartamento grazie agli aiuti economici della madre e vi andò a vivere con Carole Hoff, sposata a luglio del 1972, e le sue due figlie, nate da una precedente relazione.
La sua neo moglie non sapeva però che, appena un mese prima, il suo sposo aveva tentato l'ennesimo giovane, fingendosi un poliziotto e mostrando un distintivo falso e, una volta convinto a entrare nella sua auto, obbligandolo a praticargli del sesso orale. L'accaduto fu seppellito solo perchè lo stesso Gacy pagò una cifra considerevole per il silenzio della famiglia del ragazzo.
Sempre nel 1972 Gacy lasciò il suo lavoro come aiuto cuoco e aprì una impresa edile, la PDM Contractors. 
Fu durante l'acquisizione di una proprietà in Florida che cercò di violentare un suo dipendente della stanza del motel nel quale stavano pernottando.
Nel 1975, finalmente, Gacy si liberò del suo fardello e rivelò alla moglie la propria omosessualità, oltre alla decisione di non voler più fare sesso con lei; com'era prevedibile i due si separarono l'anno successivo.
Gacy era molto ben voluto dalla comunità (che era all'oscuro del suo passato e delle sue "abitudini" sessuali) e molto attivo nella beneficenza: proprio per questo motivo si iscrisse al Jolly Joker Clown Club e si esibì in vari eventi e negli spettacoli negli ospedali organizzati per i bambini malati sotto lo pseudonimo di Pogo il Clown.
Il primo omicidio noto di John Wayne Gacy fu quello del quindicenne Timothy Jack McCoy, avvenuto il 2 gennaio del 1972: il giovane, agganciato alla fermata dell'autobus, fu convinto a fare un giro turistico di Chicago per poi passare la notte a casa sua. Al suo risveglio, Gacy, trovò il ragazzo ai piedi del suo letto con un coltello in mano; dopo una furiosa colluttazione, forte della sua stazza fisica, l'uomo riuscì ad avere la meglio su Timothy, sedendosi su di lui e accoltellandolo sul petto svariate volte.
Seppellì il corpo in cantina e soltanto dopo si accorse che in cucina il ragazzo stava preparando la colazione, sul tavolo infatti c'era una confezione di uova aperta e del bacon: ecco spiegato il perchè Timothy avesse il coltello in mano quando andò a svegliare Gacy.
Lo stesso Gacy, per la prima volta, si accorse che durante la colluttazione e il successivo omicidio ebbe un orgasmo.
Nel 1974 strangolò e uccise un ragazzino, che non fu mai identificato precisamente, ma la quale età si aggirava intorno ai quindici anni, e lo seppellì vicino al barbecue in giardino.
Nel 1975 Gacy assunse il giovane Tony Antonucci nella sua impresa, che in quel periodo si era espansa al punto da costringerlo a lavorare circa sedici ore al giorno.
Tony, in seguito a un infortunio al piede avvenuto sul lavoro, rimase a casa per qualche giorno. Fu allora che Gacy andò a trovarlo, approfittando dell'assenza dei genitori, che lo fece ubriacare e fingendo di giocare gli ammanettò le mani dietro la schiena. Quest'ultimo si riuscì a liberare, complice una manetta allentata, e ammanettò a sua volta Gacy, che tra mille imprecazioni convinse a farsi liberare e lasciarlo in pace.
Un altro giovane, sempre suo dipendente, non ebbe la stessa fortuna di Antonucci: invitato a casa di Gacy per una questione di paga arretrata, venne violentato, ucciso e seppellito in garage. 
Si chiamava John Butkovitch.
Il modus operandi di Gacy era sempre lo stesso: invitava giovani ragazzi, spesso suoi operai, a casa sua con le scuse più svariate, li stordiva con l'alcol, abusava di loro, li uccideva e li seppelliva in casa.
Solo tra l'aprile e l'agosto del 1976 aveva ucciso otto ragazzi.
Sempre nel 1976 adescò e uccise due ragazzi, dopo averli violentati e strangolati, e un altro suo dipendente, Gregory Godzik: su quest'ultimo inventò ai familiari la bugia che volesse scappare di casa.
Nel maggio del 1977 strangolò con una corda il 19enne Matthew Bowman e lo seppellì in cortile e tra settembre e dicembre dello steso anno stuprò e uccise altri sei ragazzi.
Nel dicembre del 1977 Gacy adescò l'ennesimo ragazzo alla fermata dell'autobus a Chicago, lo legò, lo seviziò e lo torturò per ore e solo dopo innumerevoli suppliche, stranamente, lo liberò.
Questi raccontò alla polizia dell'accaduto, ma avendo anch'egli 19 anni e dichiarato da Gacy che il sesso sadomaso fu consenziente, le indagini si arrestarono.
L'epilogo della sua furia omicida avvenne nell'ottobre del 1978, quando il quindicenne Robert Piest scomparve nel nulla dopo essersi recato a un colloquio di lavoro presso la PDM Contractors.  Il ragazzo aveva però avvisato amici e parenti sulla volontà del titolare dell'impresa di assumerlo, cosa che spinse la polizia a recarsi da Gacy per ricostruire le ultime ore prima della sua sparizione.
L'odore nauseabondo che proveniva dalla sua proprietà, però, insospettì oltremodo gli agenti che, nonostante Gacy imputasse la puzza a un problema del sistema fognario, vollero indagare, trovando nella sua cantina un vero e proprio cimitero di corpi in decomposizione e coperti da calce viva, nel vano tentativo di nasconderne l'odore.
L'arresto di Gacy stavolta fu definitivo.




Gacy cercò in tutti i modi di dare la colpa a una infermità mentale e alle sevizie subite da piccolo, in prigione si riferiva spesso al suo alter ego, "Jack", che lo spingeva a compiere gli omicidi, oltre a confessare di aver gettato almeno cinque altre vittime dal ponte dell'Interstate 55, oltre tutte quelle trovate sepolte in casa sua tra cantina, giardino e garage.
Condannato alla pena capitale, Gacy rimase per 14 anni nel braccio della morte, periodo nel quale dipinse svariati quadri raffiguranti Pogo il Clown, quasi tutti acquistati, dopo la morte di Gacy, dallo stesso acquirente per il solo scopo di distruggerli.
John Wayne Gacy, noto a questo punto come il Killer Clown, venne giustiziato il 10 maggio del 1994 mediante iniezione letale, le sue ultime parole furono: "baciatemi il culo!".
Il personaggio di Gacy e del suo Clown ispirò parecchi artisti nel campo musicale, letterario e cinematografico; non si può non citare It, il romanzo di Stephen King nel quale un mostro, sotto le sembianze di Pennywise il clown, attirava e uccideva i ragazzini di una tranquilla cittadina del Maine.






Per chi volesse approfondire la storia di questo serial killer, consiglio il film Gacy, diretto da Clive Saunders e uscito in Italia nel 2008, in cui uno strepitoso Mark Holton si cala nei panni dell'omonimo protagonista e ci trascina negli abissi della follia di un uomo che riusciva a farsi amare da una intera comunità sotto le spoglie di Pogo il Clown, mentre in cantina seppelliva i cadaveri di ragazzini la cui sorte ha voluto che incontrassero, sfortunatamente, la persona sbagliata al momento sbagliato.
Qui di seguito il trailer del film:





09 febbraio 2020

Annabelle



Un caso che ancora oggi attrae e fa discutere milioni di curiosi riguarda la famosissima bambola Annabelle, considerata la bambola posseduta (o maledetta) per eccellenza.
Tutto ebbe inizio nel 1970, quando una mamma entrò in un negozio dell'usato e comprò per il compleanno di sua figlia Donna una bambola.
Donna a quel tempo frequentava il college, pronta a laurearsi in medicina, e abitava in un piccolo appartamento con la sua amica e collega universitaria Angie.
A Donna piacque così tanto la bambola da portarla nel suo appartamento, ma poco tempo dopo lei ed Angie cominciarono a notare cose strane che la riguardavano.
Sembrava muoversi da sola (accadimento, questo, che accomuna spesso quasi tutti gli oggetti posseduti, soprattutto se riproducono fattezze umane come, appunto, le bambole), e spesso veniva trovata in un'altra stanza anche se nessuno l'avesse spostata.
In qualche occasione trovarono la bambola seduta sul divano con le gambe accavallate e le braccia conserte,  altre volte appoggiata su una sedia in camera da pranzo.
Capitava sovente che Donna, dopo aver lasciato la bambola sul divano prima di andare al lavoro, al suo rientro la trovava sul letto con la porta chiusa.
Un giorno l'aveva anche trovata in piedi, incredibilmente sulle sue gambe di pezza.
Una notte, quando la ragazza tornò dal lavoro, trovò di nuovo la bambola sul letto, ma stavolta c'era qualcosa di diverso. Avendo avvertito un forte senso di inquietudine, la prese e la ispezionò, trovando delle gocce di sangue sulle mani e sul petto. Si spaventò perché non capiva come dal nulla fosse apparso questo liquido rosso sulla bambola. Insieme alla sua coinquilina, spaventate e in preda al panico, contattarono un medium, che attraverso una seduta spiritica disse loro che la bambola era posseduta dallo spirito di una bambina di 7 anni il cui nome era Annabelle Higgings. Le ragazze, intenerite dalla storia della bambina, gli permisero di rimanere dentro la bambola e di continuare a vivere con loro.
Un amico delle ragazze, di nome Lou, una notte si fermò a dormire da loro e fin da subito sembrava che avvertisse che qualcosa non andava in quella bambola, pur senza conoscerne i retroscena.
Quella stessa notte Lou si svegliò confuso e impaurito, ma nell'appartamento non c'era niente che non andasse.
Il ragazzo si sentiva diverso, come in preda a una paralisi notturna, notò che ai suoi piedi c'era Annabelle, che iniziò a salire sulle sue gambe fino ad arrivare sul suo petto, per poi fermarsi sul collo ed iniziare a strangolarlo , per poi svanire come un brutto sogno.
Il giorno dopo il ragazzo si svegliò, metabolizzò quanto accaduto durante la notte e si rese conto che quello che era successo non era stata una paralisi e neanche incubo, quindi di comune accordo con Donna e Angie, si decise che era il momento di sbarazzarsi della bambola, cosa che infine non fecero.
Un pomeriggio, mentre i ragazzi si stavano organizzando per fare un viaggio, si udi un suono proveniente dalla stanza di Donna, come se qualcuno avesse rotto il vetro di una finestra.
Lou si precipito immediatamente nella stanza per capire cosa stesse accadendo e chi fosse stato, ma una volta aperta la porta e accesa la luce, notò che non c'era nulla fuori posto, ma sopratutto non c'era nessun segno di effrazione, né alcun vetro rotto.
Nella stanza c'era solo Annabelle, riversa sul pavimento. Lui gli si avvicinò e avvertì come se ci fosse qualcuno alle sue spalle, ma quando si voltò non vide nessuno.
In un attimo si ritrovò piegato dal dolore, con il sangue che si spandeva da sotto la sua camicia; la sbottonò, la aprì e notò dei grossi graffi di artigli sul petto.


Lorraine Warren con la bambola Annabelle


Successivamente i ragazzi, attraverso un parroco di una chiesa, contattarono i coniugi Ed e Lorraine Warren, noti investigatori del paranormale.
Ed all'epoca era uno dei pochi demonologi ufficialmente riconosciuti dalla chiesa cattolica,  mentre Lorraine era invece una nota sensitiva.
I Warren, dopo alcuni episodi e indagini abbastanza accurate, presto scoprirono che la bambola non era posseduta dallo spirito della bambina, ma da un demone. Lo scopo di esso era di avvicinarsi alle ragazze con l'intenzione di possedere una delle due o entrambe. 
Le ragazze, terrorizzate, consegnarono Annabelle ai coniugi Warren, che la rinchiusero in una  teca di vetro e la sistemarono nel loro Museo dell'Occulto nel Connecticut, dove a oggi è ancora conservata.
Durante un'intervista alla figlia dei coniugi Warren, Judy Spera  raccontò che i genitori le avevano imposto due regole per non svegliare Annabelle: "non darle confidenza" e "non guardarla negli occhi".


L'indicazione sul vetro dice: "Attenzione, non aprire assolutamente"



Il 2 ottobre del  2014 uscì nelle sale cinematografiche il film Annabelle, diretto dal regista John R. Leonetti , con Annabelle Wallis, Alfre Woodard, Vera Farmiga e Patrick Wilson, a cui seguirono Annabelle 2: Creation (2017) e Annabelle 3 (2019).







01 febbraio 2020

Ted Bundy - Il killer delle studentesse


Il suo nome completo è Theodore Robert Cowell, è nato il 24 novembre nel 1946 a Burlington (Vermont) da Eleanor Louise Cowell in un istituto per madri non sposate, l'identità del padre è sempre rimasta sconosciuta, ma lui è famosissimo, noto con il soprannome: "il killer delle studentesse".  
Per la rubrica dei Serial Killer, oggi vi parlo di Ted Bundy.
Ted fu cresciuto dai nonni Samuel ed Eleonor Cowell a Philadelphia, che lo crebbero come figlio loro.
Alla famiglia, agli amici e al piccolo Ted fu detto che i nonni erano i suoi genitori biologi, mentre sua madre era la sorella maggiore.
Ted provava risentimento verso sua madre Eleanor per avergli sempre mentito e per avergli causato confusione sulla sua identità; scoprì la verità  nel 1969, sostenendo inizialmente che era stato il cugino a rivelargliela, ma alla scrittrice e biografa specializzata in crimini, nonché sua conoscente personale, Ann Rule, invece disse che aveva scoperto tutto da solo. In molti pensano che questa fu la causa scatenante della sua furia omicida.
Nel 1951  Eleanor e Ted andarono a Tacoma, nello stato di Washington, qui lei decise di cambiare nome in Louise, conobbe un cuoco di nome Johnny Culpepper Bundy, il quale lavorava presso l'ospedale locale e se ne innamorò perdutamente. Nello stesso anno si sposarono e Johnny adottò ufficialmente Ted, che ne prese il cognome e divenne Ted Bundy.
Anche se assunse il cognome del patrigno, Ted non mostrava nessun interesse o legame verso di esso. Successivamente Johnny e Louise ebbero altri quattro figli a cui Ted faceva spesso da babysitter. Johnny tentava sempre di farlo sentire come suo figlio, facendolo partecipare alle attività di famiglia o alle gite in campeggio, ma Ted rimaneva sempre distante da lui, continuando infatti a considerare il nonno come suo vero padre, un uomo che veniva descritto come violento, razzista antisemita e anticattolico e con un grande interesse verso la pornografia.
Soggetto a forti scatti d'ira, una volta scaraventò Julia, la sorella minore di Louise, giù dalle scale; inoltre spesso si rivolgeva ad alta voce a "presenze invisibili".
L'adolescenza di Ted lo cambiò tra la scuola e il suo impegno con i boy scout; divenne un bullo, prese parte a risse e furti vari, in alcuni episodi i professori lo descrivevano come una persona inquietante ed estremamente violenta, fu presto accusato di spiare donne dalle finestre.
Nel 1965 prese il diploma e ottenne una borsa di studio per l'università di Tacoma, luogo in cui si vocifera che abbia fatto la sua prima vittima e la seppellì nei pressi di una fontana.
Dopo un'anno a Tacoma, Ted si trasferì all'università di Washington, dove conobbe il suo primo amore, Stephanie Brooks, una ragazza che proveniva da una famiglia benestante e con cui provò a legarsi.
La ragazza, però, dopo essersi laureata, troncò ogni rapporto con lui, procurandogli una sorta di depressione che lo portò a lasciare l'università.
Nel 1969 decise di riprendere di nuovo gli studi presso l'università di Washington. Qui seguì i corsi di psicologia e legge e iniziò a essere coinvolto anche nella politica locale, lavorando alle campagne del repubblicano nero Art Fletcher ,candidato per la carica di vicegovernatore.
Nel tempo libero lavorava come volontario come operatore telefonico presso un'organizzazione no-profit della Seattle Crisis Clinic; il suo lavoro era di dare assistenza ai bisognosi e alle vittime di stupro, e fu qui che conobbe Ann Rule. Questa donna, del tutto estranea alla doppia vita dell'uomo, raccontò la sua esperienza nel libro: "Un estraneo al mio fianco".
Successivamente Ted incontrò una donna divorziata di nome Meg Anders con la quale iniziò una relazione. Lei si innamorò di lui e dei modi gentili con cui la trattava, facendo anche da figura paterna alla bambina nata dal matrimonio della donna con un altro uomo.
In quel periodo fu considerato un eroe per aver salvato una bambina di tre anni che stava annegando nel lago di un parco.
Il 4 gennaio nel 1974 ci fu il primo tentato omicidio: la vittima si chiamava Joni Lenz e aveva 18 anni; fu picchiata sul suo letto con una spranga di legno e poi violentata, riuscì a salvarsi ma non senza riportare gravi lesioni.
Il giorno seguente i coinquilini di Joni, insospettiti dal fatto che la ragazza non si facesse sentire per ben ventiquattr'ore, entrarono nell'appartamento e la trovarono nella camera da letto, sanguinante e con profondi segni di violenza. Vennero colti dal terrore nel vedere che una delle aste dall'intelaiatura del letto era stata spezzata e usata per picchiarla e poi conficcata profondamente nella sua vagina.
Joni respirava ancora al momento del ritrovamento,  così le sue coinquiline chiamarono i soccorsi e la polizia, ma quando arrivarono sul posto la ragazza era già entrata in coma per le forti lesioni subite. Quando si riprese non ricordava nulla dell'accaduto e solo in seguito si scoprì che Ted Bundy era riuscito a entrare e uscire dal suo appartamento grazie ad una finestra lasciata aperta.
Un mese dopo scomparve Lynda Ann Healy, rapita dalla sua abitazione, e dopo di lei ne scomparvero altre cinque.
Il 17 giugno del 1974 venne ritrovato il corpo di Brenda Carol Ball e due mesi dopo furono ritrovati i resti di due ragazze scomparse il 14 luglio dal lago Shammanish, Janice Ott e Denise Naslund. Janice era stata vista viva per l'ultima volta da una coppia che faceva picnic sula riva del lago; avevano visto la ragazza parlare con un giovane uomo attraente e avevano sentito che quest'ultimo si era presentato col nome "Ted " e portava un'ingessatura al braccio. Le aveva chiesto aiuto per caricare la sua barca sul tetto del suo maggiolino Volkswagen e non riusciva a farlo da solo per via del suo braccio, che si era rotto giocando a tennis.
Su questa vicenda spuntò fuori una testimone, una ragazza di nome Janice Graham, che raccontò alla polizia di come fosse stata adescata da un giovane ragazzo di nome Ted che andava in giro con un braccio ingessato e che le aveva chiesto aiuto per caricare la barca, però arrivata sul posto dove era parcheggiata l'auto si rese conto che non c'era nessuna barca. Nutrendo qualche sospetto, si era rifiutata di seguirlo fino alla casa dei suoi genitori sulla collina, dove Ted sosteneva che si trovasse la barca, e più tardi lo aveva visto in compagnia di un'altra ragazza.
Grazie a queste testimonianze fu possibile fare un identikit di Ted, che apparve su tutti i giornali. Da quel momento diverse persone cominciarono a fare il nome di Ted Bundy, tra queste ritroviamo Ann Rule e Meg Anders, ma prima che la polizia potesse arrivare a lui, l'uomo lasciò Seattle e si trasferì nello Utah.
Nei mesi successivi del 1974 altre cinque ragazze scomparvero, sempre in circostanze misteriose, tra gli Stati dello Utah,Oregon e Washington. Ma la polizia insieme agli investigatori pensavano che dietro a questi crimini ci fosse la mano di un altro assassino.
Il 17 giugno del 1974 fu trovato in un parco il corpo privo di vita della giovanissima Brenda Baker, ma la sua causa della sua morte non poté essere stabilita a causa dell'avanzato stato di decomposizione.
Il 18 ottobre 1974 scomparve la diciottenne Melissa Smith mentre tornava da una festa a Midvale, nello Utah. Fu ritrovata il 27 dello stesso mese, vicino a Salt Lake City, mutilata, sodomizzata e strangolata con le sue stesse calze. Dentro la sua vagina c'erano dei rametti e della sporcizia varia, ma la cosa più strana era che l'assassino prima di sbarazzarsi del suo cadavere l'aveva truccata.
Il 31 ottobre a Lehi, sempre nello Stato dello Utah, scomparve la diciassettenne  Laura Aime, che fu ritrovata priva di vita quattro giorni dopo, il giorno del Ringraziamento, da un'escursionista. Anche lei fu picchiata,sodomizzata e strangolata.

Alcune delle vittime accertate di Ted Bundy   

Il primo passo falso di Bundy fu l'8 novembre del 1974, quando tentò di rapire Carol Da Ronch vicino a un centro commerciale a Murray, sempre nello Utah, fingendosi un agente di polizia e dicendole che la sua auto era stata rubata. La ragazza salì sul suo maggiolino pensando che Bundy la stesse portando in una stazione di polizia per fare la denuncia del furto, ma Bundy fermò l'auto quando furono lontani dai centri abitati, le ammanettò un polso e le puntò contro la pistola, ma prima che riuscisse ad ammanettarle anche l'altro polso lei riuscì a ribellarsi e a fuggire. Mentre scappava trovò un motociclista che le diede un passaggio e la portò alla prima stazione di polizia.
Carol alla polizia fece una descrizione dell'uomo e della sua auto e fu qui che gli investigatori notarono una forte somiglianza con l'omicidio avvenuto a Washington, ma non trovarono nessuna impronta sulle manette che potesse confermare la loro ipotesi e la goccia di sangue, appartenente all'aggressore, che Carol aveva sul collo non fu sufficiente  per il test del dna.
Dopo poche ore dalla fuga di Carol scomparve Debbie Kent dalla Viewmont High School di Bountiful dello Utah. La ragazza era uscita prima dalla lezione di recitazione per andare a prendere suo fratello, ma la sua auto non lascio mai il parcheggio della scuola. Il suo corpo non venne mai ritrovato e di lei si perse ogni traccia. Tempo dopo emerse la testimonianza di Raelynn Shepard, l'insegnante di Debbie, che disse di aver visto un uomo avvicinarla con la scusa di farle credere che fosse successo qualcosa alla sua auto, lo stesso metodo che Bundy aveva usato con Carol.
Bundy si spostò nel Colorado, dove scomparvero altre quattro donne tra il gennaio e l'aprile del 1975. Una di loro fu trovata morta con segni evidenti di violenza sul suo corpo.
A Washington l'investigatore Bob Keppel, che si occupava del caso del  "killer delle studentesse", fece perquisire il maggior luogo di scarico di rifiuti dello Stato chiamato "l'area di Taylor Mountains". Durante la perquisizione del luogo furono trovati teschi rotti appartenenti a quattro ragazze diverse; uno di questi era di una ragazza scomparsa dell'Oregon.
Il 16 agosto del 1975, nello Utah, il poliziotto Bob Haywood, fratello del detective Pete Haywood di Salt Lake City coinvolto nelle indagini degli omicidi di Bundy,  vide un maggiolino che correva veloce ignorando la segnaletica stradale e "bruciando" i semafori rossi, lo seguì, chiese al conducente di accostarsi, gli chiese i documenti e notò che mancava il sedile del passeggero. Il conducente era Ted Bundy e il veicolo era il suo maggiolino. L'auto venne perquisita e vennero trovati una spranga, un passamontagna, un rompighiaccio e un paio di manette. Bundy venne subito arrestato, successivamente il maggiolino fu controllato in maniera più approfondita; furono trovati e identificati i capelli di alcune ragazze, fu interrogata anche Meg Anders che per sei anni aveva frequentato Bundy, la quale raccontò agli investigatori delle cose interessanti sulle abitudini notturne del suo ex ragazzo, sulle sue stranezze in merito alle sue abitudini sessuali e sul possesso di grucce, stucco per ingessatura ospedaliera e baffi finti.
Dopo l'arresto di Bundy, gli investigatori di Salt Lake lo collegarono all'aggressione di Carol De Ronch che, osservando una foto del suo presunto aggressore mostratale dagli investigatori, non riusci a identificarlo perché all'epoca dei fatti aveva utilizzato un travestimento. L'insegnate Raelynn Shepard, invece, lo riconobbe subito come colui che rapì Debbie, fatto questo che permise l'arresto dell'uomo e posto sotto stretta sorveglianza in attesa di una prova definitiva. Sulla base dell'intero quadro indiziario, Bundy venne condannato per l'aggressione a  Carol De Ronch.
Licenziati i sui avvocati, decise di difendersi da solo e per tale motivo gli fu concesso l'accesso alla biblioteca del carcere, ma durante le sue ore di permesso Bundy riuscì a fuggire saltando da una finestra, appena in tempo per essere incolpato dall'FBI per i delitti in Colorado. 
Nono stante la sua fuga rocambolesca, Bundy venne preso sei giorni più tardi, ma incredibilmente riuscì a evadere di nuovo il 30 dicembre del 1977 e a raggiungere la Florida, dove prese in affitto un appartamento vicino a un campus universitario e cambiò il suo nome in Chris Hagen.
Il 14 gennaio del 1978 entrò nella sede di un gruppo di studentesse universitarie della Chi-Omega, dove uccise due ragazze mentre stavano dormendo, Lisa Levy e Margaret Bowman di venti e ventun anni. Anche queste ultime furono picchiate, strangolate e trovate senza vita nei loro letti. A una di loro erano state infilate due bombolette spray nella vagina e nell'ano. Oltre alle due giovani vittime Bundy era riuscito a ferirne altre due, Kathy Kleiner DeShields e Karen Chandler, che riportarono solo qualche frattura alla testa e qualche dente rotto. La stessa notte Bundy picchiò selvaggiamente, procurandole varie fratture al cranio in cinque punti diversi, Cheryl Thomas, che sopravvisse.
Il 9 febbraio del 1978 i genitori della dodicenne Kimberly Leach di Lake City in Florida ne denunciarono la scomparsa subito dopo l'uscita da scuola. L'ultima volta era stata vista da un testimone dirigersi in compagnia di un uomo verso un furgone bianco. Il suo corpo venne trovato il 12 aprile, ma la causa della morte non si poté accertare a causa dell'avanzato stato di decomposizione del cadavere, che in alcuni punti risultava addirittura era anche parzialmente mummificato.
Dopo questo omicidio, Bundy abbandonò il furgone in un quartiere malfamato e rubò un altro furgone, occasione nel quale fu fermato dalla polizia per un controllo, ma mentre l'agente controllava i documenti approfittò della distrazione di quest'ultimo per fuggire e far perdere le sue tracce.
Tornò nel suo appartamento a Tallahassee lo ripulì da tutte le sue tracce e si diresse a Pensacola, in Florida, dove rubò un'altra auto la cui targa venne riconosciuta da un agente, che lo fermò e lo arrestò dopo una piccola colluttazione. Tra il 1979 e il 1980 in Florida si tenne il processo seguito con molta attenzione dai mass media di tutto il mondo; Bundy le provò tutte, arrivando persino a chiedere che il giudice e il suo team fossero sostituiti, richiesta che ovviamente venne rifiutata.
Al processo, la difesa fece testimoniare anche Louise Bundy, la madre di Ted,  le cui parole fecero commuovere il figlio. Sempre durante il processo fu portata all'attenzione della giuria una prova schiacciante: le sue impronte dentali sulle vittime. Bundy nel tentativo di rallentare il processo prima della sentenza si appellò a una legge delle Florida per cui qualunque dichiarazione di matrimonio davanti alla presenza di ufficiali di corte era ritenuta valida e legalmente vincolante, quindi propose alla sua attuale ragazza Carol Ann Bonne, sua ex compagna di università,di sposarlo. Lei accettò subito, divenendo così sua moglie.
Poche ore dopo, nonostante tutti gli sforzi di Bundy, arrivò la sua sentenza di morte:  la corte lo ritenne colpevole di 36 omicidi, anche se lui aveva affermato sino al giorno della sua esecuzione di averne compiuti in realtà 26.
Il giudice Edward Cowart per la sentenza disse le seguenti parole:
"E' stabilito che siate messo a morte per mezzo della corrente elettrica, che tale corrente sia passata attraverso il vostro corpo fino alla morte. Prendetevi cura di voi stesso, giovane uomo.Ve lo dico sinceramente: prendetevi cura di voi stesso. E' una tragedia per questa corte vedere una tale totale assenza di umanità come quella che ho visto in questo tribunale. Siete un giovane brillante, avreste potuto essere un buon avvocato e avrei voluto vedervi in azione davanti a me, ma voi siete vi siete presentato dalla parte sbagliata. Prendetevi cura di voi stesso, non ho nessun malanimo contro di voi, voglio che lo sappiate, prendetevi cura di voi stesso".
Durante le visite coniugali, sua moglie Carol Ann Bonne rimase incinta e nell'ottobre del 1982 nacque la figlia di Bundy; dopo la sua nascita, Carol non ebbe più rapporti con lui.
Alle 7:06 del 24 gennaio del 1989 Theodore Robert Bundy fu giustiziato sulla sedia elettrica con una scarica di 2.000 Volt per un minuto, fu dichiarato morto alle 7:16 del mattino. Fuori dal carcere si era radunata una folla con striscioni che urlava a favore dell'esecuzione.
L'ultima volontà di Ted fu di essere cremato e che le sue ceneri fossero sparse sulle Taylor Mountains nello stato di Washington.

                           
Tratto dal libro di Elizabeth Kendall(nome d'arte)

Ted Bundy-fascino criminale, uscito nelle sale il  9 maggio 2019, diretto da Joe Berlinger con Zac Efron e Lily Collins: il film racconta la sua storia dal punto di vista della sua fidanzata. 

Trama del film: 
Elizabeth Kloepfer, con il volto segnato e qualche capello bianco, si reca in carcere per un incontro chiaramente cruciale con Ted Bundy, il serial killer con cui ha vissuto una storia d'amore. Si torna quindi indietro nel tempo alla sua giovinezza, negli anni 70, quando la loro relazione è iniziata come tante in un bar, vicino a un juke box. Il fascino di Ted è evidente, ma Elizabeth inizia a sentire che c'è qualcosa di strano nel suo comportamento.

Altri film sulla vita di Ted Bundy:
Ted Bundy (uscito nel 2002), di Matthew Bright; Bundy: An American Icon (uscito nel 2008), di Michael Feifer; The Deliberate Stranger (uscito nel 1986), di Marvin J. Chomsky. Oltre a questi film sono stati prodotti svariati documentari disponibili su Netflix e Amazon Prime.