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William Bill Ramsey: il lupo mannaro di Southend

Un caso molto particolare, tra i tanti a cui indagarono i coniugi Warren , è quello che prese il nome di "Il lupo mannaro di Southend&q...

05 novembre 2021

Richard Ramirez - The Night Stalker

 






Richard Ramirez nacque il 29 febbraio 1960 a El Paso, in Texas, da Julian Mercedes Ramirez. Era l'ultimo di cinque figli e i genitori, immigrati messicani, erano dei gran lavoratori: il padre lavorava alla posta delle rotaie della ferrovia di Santa Fe, mentre la madre era operaia nella fabbrica di calzature Tony Lama, dove era a contatto con sostanze chimiche e coloranti per il trattamento del cuoio. Richard aveva un temperamento calmo e la sorella Ruth gli era molto affezionata; quando era piccolo passava molto tempo con lui e se ne occupava quando la madre non poteva farlo. Con il passare degli anni i genitori scoprirono che Richard soffriva di epilessia. Come se non bastasse, era di costituzione esile e i suoi lineamenti assomigliavano più a quelli di una ragazzina. Per questi motivi era spesso oggetto di derisione da parte dei suoi coetanei. Pare anche che a scuola subisse abusi da parte di un insegnante. Ramirez potrebbe essere stato influenzato verso l'omicidio da suo cugino, Mike, un veterano della Guerra del Vietnam che spesso si vantava con lui di aver ucciso e torturato decine di nemici, mostrandogli anche delle foto Polaroid delle sue vittime.
Queste foto includevano svariate immagini di teste decapitate di donne vietnamite, uccise subito dopo aver abusato di loro. Ramirez era anche presente quando, a soli quindici anni, vide suo cugino Mike sparare alla moglie, uccidendola. 
Il suo primo omicidio avvenne a Los Angeles, il 28 giugno del 1984. La vittima si chiamava Jennie Wincow e aveva 79 anni. La donna venne aggredita mentre dormiva, prima accoltellandola al petto, poi tagliandole la gola da orecchio a orecchio, per poi accanirsi di nuovo sul suo petto. Dopo averla uccisa si dileguò portando con sé degli oggetti di valore. Il corpo della donna fu scoperto dal figlio, che viveva al piano di sopra, la mattina seguente. Dai rilievi della polizia emersero segni di violenza sessuale sul cadavere. Passarono diversi mesi prima che Ramirez tornasse a mietere nuove vittime. Il 1985 fu l'anno della sua furia omicida, seminando il panico in tutta Los Angeles. A febbraio molestò una bambina di 6 anni e ne stuprò una di 9. Il 17 marzo, verso le 23:30, penetrò in un condominio, nascondendosi all'interno di un garage dove Maria Hernandez aveva parcheggiato la sua auto; lui le sparò, credendola morta, poi entrò all'interno del condominio. La donna si era salvata grazie al suo mazzo di chiavi che aveva deviato il proiettile, anche se ferita era riuscita ad alzarsi e a chiedere aiuto mentre Ramirez era dentro il suo appartamento e stava uccidendo la sua coinquilina, Dayle Okazaki, di 34 anni, sparandole e svaligiando l'abitazione subito dopo.
Nella stessa notte, Ramirez assalì Tsai-Lian Yu una donna di 30 anni originaria di Taiwan. Le sparò diversi colpi lasciandola morente in auto. Il 27 marzo l'uomo si introdusse nell'appartamento di Vincent Zazzara, un uomo di 64 anni. Con lui c'era sua moglie, Maxine Zazzara, di 44 anni; lui era il gestore di una pizzeria, mentre lei era un procuratore. L'uomo fu subito ucciso con un colpo di pistola alla tempia, lei venne picchiata e uccisa a coltellate. Ramirez sul cadavere della donna praticò diverse mutilazioni, fra le quali una ferita a "T" sul seno sinistro, infine le cavò gli occhi e li portò con sé insieme a svariati oggetti di valore e non. Il 14 maggio, a Monterey Park, entrò nella casa di una coppia, sparò un colpo alla tempia del marito, il 66enne Bill Doi, costrinse la moglie di 63 anni a farsi consegnare tutti gli oggetti di valore e poi la stuprò. Non riuscì a ucciderla come preventivato perché il marito, agonizzante, stava cercando di chiamare la polizia e tanto bastò a metterlo in fuga. La donna, invece, riuscì a chiamare i soccorsi, ma se lei riuscì a salvarsi, il suo consorte non ebbe la stessa fortuna e morì il giorno dopo. Ad ogni modo, lei riuscì a fornire una lieve descrizione dell'assalitore, dando alle forze dell'ordine una traccia su cui lavorare. La stampa, intanto, aveva già trovato un soprannome per il killer che stava terrorizzando Los Angeles, soprannominandolo  The Valley Intruder.



Il 29 maggio del 1985 Ramirez entrò nella casa di due signore anziane, una di 83 anni e l'altra, di 80 anni, invalida. Le due donne furono picchiate selvaggiamente, talmente forte che il manico del martello utilizzato si spezzò e venne rinvenuto sul luogo del delitto. La donna più anziana aveva subito un tentativo di stupro. Sul petto di essa l'assassino aveva disegnato con un rossetto un simbolo esoterico,  un pentagramma, mentre un secondo pentagramma fu ritrovato sulla porta. Purtroppo la donna di 83 anni fu rinvenuta morta, mentre l'altra di 80 riuscì a salvarsi. Il 30 maggio del 1985 la quarantenne Ruth Wilson si svegliò con una luce puntata sul volto. Ramirez era penetrato dentro la sua abitazione e le stava puntando addosso una pistola e una torcia. Le ordinò di scendere dal letto e di andare nella camera del figlio dodicenne. Legò le mani del ragazzino e lo chiuse nel ripostiglio. Poi ordinò alla donna di non guardarlo in faccia ("Non guardarmi, se mi guardi un'altra volta ti sparo"). Ruth, pur di farlo andar via, gli offri un girocollo d'oro e diamanti, ma a Ramirez non bastò. Le strappò la camicia da notte e la violentò, sodomizzandola. Prima di scappare le disse: "Non so perché ti lascio in vita. Io ho già ucciso della gente. Tu forse non mi crederai, ma l'ho fatto". Ruth, sconvolta dalle sue parole, subito dopo andò a liberare il figlio e chiamò la polizia. Riuscì a dare una descrizione dell'assalitore dicendo che era ispanico, alto e con i capelli scuri lunghi. Sebbene ci si riferisse a Ramirez con il soprannome di The Valley Intruder, alcuni giornali cambiarono l'appellativo in The Midnight Stalker, che alla fine divenne The Night Stalker. Il 27 giugno del 1985 ad Arcadia, una contea della città di Los Angeles,  Ramirez stuprò una bambina di 6 anni.




Il 28 maggio 1985, sempre ad Arcadia, fu rinvenuto nel suo appartamento il corpo privo di vita di Patty Higgins di 32 anni. Questo omicidio, però, non fu mai ufficialmente attribuito a Night Stalker, anche se i sospetti erano fortissimi. Il 2 luglio 1985, a meno di due miglia dalla scena dell’ultimo probabile delitto, venne rinvenuto il corpo senza vita di Mary Louise Cannon, 75 anni. Anche lei, come la vittima precedente, era stata uccisa in casa, prima picchiata e poi sgozzata. L’abitazione era stata svaligiata. Il 5 luglio Ramirez picchiò selvaggiamente una sedicenne con una sbarra di metallo, ma la ragazza riuscì a salvarsi. La furia di Nighth Stalker era ormai violenta e inarrestabile. La notte del 7 luglio 1985 penetrò nella casa della sessantunenne Joyce Lucille Nelson e la uccise con un oggetto contundente, ma l’assalto non lo soddisfò: nella stessa notte riuscì a intrufolarsi nell'appartamento di un’infermiera di 63 anni. Sorprese la donna a letto e con la pistola le ordinò di chiudersi in bagno. Dopo aver frugato in casa, cercò di violentare e sodomizzare la donna, ma non riuscì a mantenere un’erezione. La sorte dell’infermiera sembrava segnata, ma invece di ucciderla, Ramirez si limitò ad arraffare gli oggetti di valore e a fuggire. Il 20 luglio 1985 colpì in una nuova area di Los Angeles, Glendale. Si intrufolò nell’appartamento di Maxson e Lela Kneiling e li uccise brutalmente, aiutandosi anche con un machete comperato qualche giorno prima. Il corpo di Maxson fu massacrato, la testa era quasi staccata dal corpo. È probabile che Ramirez avesse usato la donna per le sue perverse fantasie sessuali prima di ucciderla e mutilarla. Lo stesso giorno assalì un’altra coppia, Chainarong e Somkid Khovananth, lui di 32 anni, lei di 29. Ammazzò l’uomo con un colpo alla testa, poi stuprò la donna e la costrinse a un rapporto orale. La picchiò furiosamente e, non contento, sodomizzò il loro bambino di 8 anni. Concluse la nottata portandosi dietro un bottino di trentamila dollari, tra contanti e gioielli. Il 6 agosto 1985 Richard Ramirez assalì l'ennesima coppia, Christopher Petersen, di 38 anni, e sua moglie Virginia Petersen, 27. Entrò come al solito dalla finestra della camera da letto e sparò contro di loro. Miracolosamente, l’uomo e la donna si salvarono. Christopher, che era un robusto camionista, venne colpito alla testa dalla pallottola, ma non morì. Per uno di quei casi che capita una volta nella vita, il proiettile non aveva danneggiato alcuna struttura vitale e addirittura l’uomo fu in grado di alzarsi dal letto e di mettere in fuga l’assalitore.




L’8 agosto 1985 Ramirez colpì ancora. Avendo puntato un’altra coppia, di notte entrò in casa loro, in una nuova zona di Los Angeles, Diamond Bar. Uccise nel sonno l’uomo di 35 anni, Elyas Abowath, e aggredì la moglie ventottenne, stuprandola e sodomizzandola. Los Angeles viveva nel terrore puro, le forze di polizia pattugliavano costantemente notte e giorno ed erano anche aumentati i numeri di vigilanti, così Ramirez decise di cambiare il suo territorio di caccia, spostandosi al nord della città. Nella notte del 18 agosto 1985 colpì a Lake Merced, una zona periferica di San Francisco. Le vittime erano una coppia di origine cinese, Peter Pan, 66 anni, e Barbara Pan, 64 anni. Furono ritrovati in camera, nel letto intriso del loro sangue. L’uomo era stato ucciso immediatamente. La donna, seppur picchiata e ferita dal colpo di pistola, riuscì a sopravvivere. Rimase però invalida per tutta la vita. Nell'appartamento fu ritrovato il disegno di un pentagramma fatto con il rossetto, accompagnato dalle parole "Jack The Knife", tratte dalla canzone The Ripper del gruppo Heavy-Metal Judas Priest. La stampa diffuse la notizia e fu il panico. Tra l’altro le indagini si erano fatte più complesse, perché il calibro e il tipo di proiettile rimosso dal corpo del signor Pan ricollegavano il tipo di aggressione ad altri due delitti, uno avvenuto a Los Angeles e l’altro a San Francisco diversi mesi prima. Il proprietario di una piccola pensione a San Francisco riconobbe Ramirez dalla descrizione della polizia e, quando gli agenti perquisirono la camera dove il serial killer aveva alloggiato, trovarono un pentagramma disegnato sulla porta del bagno. A questo si aggiunse il fatto che gli investigatori riuscirono a rintracciare nel distretto di El Sobrate un uomo che aveva comprato dei gioielli. I preziosi si rivelarono rubati e appartenenti alla signora Pan. La descrizione fornita dall'uomo corrispondeva a quella del killer. Il 24 agosto 1985 Ramirez colpì ancora, ma lontano da San Francisco, a Mission Vejo, a 50 chilometri a sud di Los Angeles. Entrò di notte nella camera di William Carns, un ingegnere informatico di 29 anni, e dalla sua ragazzi di 27, sparandogli contro ripetutamente, ma senza ucciderli. Afferrò per i capelli la donna e la trascinò in un’altra camera, poi le legò i polsi e le caviglie con alcune cravatte e le chiese se sapeva chi fosse. La donna, terrorizzata, ammise che pensava lui fosse il killer del quale tutti i giornali e le televisioni parlavano. Ramirez girò per la casa in cerca di soldi e gioielli, ma non trovò molto. Tornò arrabbiato dalla donna e la violentò per due volte. Alla polizia, successivamente, lei aveva riferito che l’alito di Ramirez era pestilenziale, quasi da stordirla. La donna, impaurita per la sua vita, indicò a Ramirez un cassetto con dentro dei soldi. Ramirez le intimò di dimostrare la sua fedeltà a Satana costringendola a ripetere varie frasi che osannavano il Maligno. "Io amo Satana", dovette ripetere la donna, fino a quando Ramirez non fu soddisfatto e la costrinse a un rapporto orale.



 
Alla fine, il predatore della notte la fissò. Lei pensò che fosse arrivato il suo momento, che Ramirez l’avrebbe uccisa. Invece lui esplose in una fragorosa risata e fuggì. La donna riuscì a liberarsi da sola e chiamò il 911. Affacciandosi alla finestra vide l’aggressore salire su una vecchia Toyota Station Wagon arancione. Quella stessa sera, un ragazzo che lavorava come guardiano in un garage vide l'automobile girare per il suo quartiere e insospettito chiamò la polizia. Il 30 agosto le autorità trovarono la macchina e la misero sotto sorveglianza, attendendo il ritorno di Ramirez, ma lui non si fece più vivo. Sull'auto trovarono alcune impronte digitali che lo identificarono. 
Ormai la fine dell’incubo era vicina.
Ramirez vedendo tutte le notizie di lui, dai telegiornali, decise di ritornare a Los Angeles. Ora il predatore della notte aveva bisogno di una nuova vettura per gli spostamenti. Il 31 agosto entrò in un negozio di liquori, ma si arrestò subito quando vide la sua immagine trasmessa nei telegiornali e stampata su tutte le prime pagine dei quotidiani. Le persone nel locale lo riconobbero subito e lui in preda al panico fuggì. Decise di rubare un'auto nel quartiere ispanico, pensando che in quel quartiere, camuffandosi per bene, sarebbe stato facile muoversi, ma si sbagliava. Aveva puntato una Mustang rossa, parcheggiata sul vialetto d’ingresso di una abitazione, con la portiera aperta e le chiavi inserite nel quadro di accensione. Non si era accorto che sotto la vettura c’era il proprietario, Faustino Pinon, 56 anni, intento ad aggiustare il mezzo che aveva qualche noia alla trasmissione. Sentendo il motore avviarsi, l’uomo si tirò fuori da sotto l’automobile, si alzò e afferrò per il collo Ramirez. L’auto coprì una breve distanza, ma Pinon non mollò la presa, per nulla intimorito dal fatto che Ramirez avesse una pistola. La Mustang urtò un garage e Ramirez approfittò dell'urto per abbandonare il mezzo e scappare, fermando al volo un’altra auto che stava sopraggiungendo. Minacciò di morte la conducente, Angelina De La Torre, che terrorizzata gridò per cercare aiuto. Suo marito Manuel, udendo le urla del marito, uscì di casa brandendo una barra di metallo e si diresse verso l'aggressore. Nel frattempo, un altro vicino, Jose Burgoin, chiamò la polizia. I suoi figli,  Jaime di 21 anni e Julio di 17 anni, sentendo le urla corsero in strada e riconobbero Ramirez nel serial killer che stava terrorizzando Los Angeles. Ci fu un inseguimento. Manuel riuscì a colpire Ramirez una prima volta, poi lo atterrò definitivamente lanciandogli contro la barra. Gli altri tre gli furono subito addosso e lo trattennero fino all'arrivo delle forze dell’ordine, che faticarono a salvarlo dal linciaggio della folla.




La storia processuale del Night Stalker fu molto lunga e complessa. La difesa di Richard Ramirez cercò in tutti i modi di allungare i tempi del processo, presentando un’istanza per respingere il giudice Michael Tynan e tentando di infondere dei dubbi sulla credibilità dei testimoni chiave dell’accusa. Il Los Angeles Time riportò la notizia che Ramirez aveva intenzione di uccidere il Pubblico Ministero con un’arma nascosta nell'aula del tribunale, con la conseguente installazione di un metal detector all'entrata e la perquisizione di tutti quelli che accedevano al suo interno, legali compresi. Non fu trovato nulla e Ramirez pareva sorpreso e divertito da quelle misure di sicurezza. Venne sostituito un componente della giuria, mentre un’altra giurata fu trovata morta con un colpo di pistola nel suo appartamento. Immediatamente i giornali si sbizzarrirono in congetture fantasiose, come  Ramirez che avrebbe pianificato l’omicidio dal carcere o che aveva un complice all'esterno, ma il giudice Tynan dimostrò che l’omicidio non aveva niente a che fare con il processo. In tutto questo Ramirez, con la sua risata beffarda, con i suoi insulti, con i suoi brevi e satanici comunicati, con gli occhiali da sole che non si levava neppure quando era chiamato in causa, con le ammiratrici che tifavano per lui presso il tribunale, ricordando agli americani le scene che ci furono durante il processo per Charles Manson, era diventato una specie di star. 
Il 20 settembre 1989 Richard Ramirez fu giudicato colpevole di 13 omicidi (ma le sue vittime furono almeno 14) e di 30 altri svariati capi d’accusa, che andavano dallo stupro al tentato omicidio, dal furto, alla sodomia. Prima di lasciare la sua cella, Ramirez mostrò ancora il pentacolo sul palmo della mano sinistra, stese due dita come corna e disse solo: "Evil". Il 3 ottobre 1989, dopo quattro giorni di consulta, la giuria fece sapere che aveva votato per la condanna a morte. Il commento di Ramirez, rivolgendosi ai giornalisti, fu: "Ci vediamo a Disneyland." Il 9 novembre 1989, quando il giudice Michael Tynan ufficializzò le 19 condanne a morte, Ramirez rilasciò la seguente dichiarazione: "Voi non mi capite e non mi aspetto che lo facciate. Non ne siete in grado. Io sono oltre la vostra esperienza, io sono oltre il bene e il male. Legioni della notte, stirpe della notte, non ripetete gli errori del predatore della notte e non mostrate pietà. Io sarò vendicato. Lucifero dimora in tutti noi." Nell’ottobre del 1996 Richard Ramirez si sposò con la giornalista freelance Doreen Lioy, 41 anni, laureata in Inglese e con un quoziente intellettivo di 152, con una semplice cerimonia nel parlatorio della prigione di San Quintino. La famiglia di lei la rinnegò subito dopo. Nel maggio del 2004 fu data notizia che Richard Ramirez sarebbe stato giustiziato mediante camera a gas in California. Ramirez attese anni per l’esecuzione nel braccio della morte a San Quintino e nel frattempo molte persone gli scrissero. Lui rilasciava interviste, aveva molti ammiratori, soprattutto ragazze, innamorate pazze di lui. Stralci di lettere e suoi autografi furono successivamente venduti su Internet raggiungendo anche cifre notevoli. Nel 2009 tracce di dna di Ramirez sono state legate alla morte di una bambina di nove anni di nome Mei Leung, avvenuta il 10 aprile del 1984. Il corpo fu ritrovato nella cantina di un hotel nel quartiere di Tenderloin, a San Francisco, dove Ramirez ai visse per un determinato periodo. Probabilmente, questo fu il suo primo omicidio. 
Richard Ramirez si spense all'età di 53 anni il 7 giugno del 2013 per insufficienza epatica, mentre era detenuto nel Carcere di San Quintino, in attesa di essere giustiziato.
Nella serie tv American Horror Story creata da Ryan Murphy e Brad Falchuk compare anche il personaggio di Richard Ramirez, precisamente nella quinta stagione, interpretato da Anthony Ruivivar, che visita l'hotel infestato che dà il nome alla stagione (American Horror Story:Hotel). L'hotel della serie si chiama "Hotel Cortez", nome fittizio, perchè l'idea dell'hotel infestato è ispirato all'Hotel Cecil di Los Angeles, luogo di morti, sparizioni e misteri.


 Anthony Ruivivar nei panni di Ramirez


Il personaggio di Ramirez appare di nuovo nella seria, ma stavolta nella nona stagione, intitolata 1984,  da giovane. A  interpretarlo stavolta è Zach Villa.


Zach Villa nei panni di Ramirez


Nel 2021 su Netflix è uscito il documentario di quattro puntate sui crimini compiuti da Ramirez; il titolo della serie è Night Stalker: caccia a un serial killer.




31 ottobre 2021

Clemente Alvarez: l'ospedale infestato









A Rosario, una piccola città della provincia di Santa Fe, in Argentina, sorge il Clemente Alvarez, un ospedale definito, da diversi ricercatori del paranormale, infestato da entità spiritiche. L'Hospital de Emergencias Clemente Alvarez nonostante la sinistra fama che lo accompagna e che spesso precede il suo nome, è tutt'ora operativo, e molti medici ed infermieri che lavorano lì, ma anche i pazienti e i loro familiari, hanno raccontato di aver assistito durante la loro permanenza nella struttura a svariati fenomeni paranormali all'apparenza inspiegabili razionalmente. 
Si vocifera, ad esempio, di entità nei corridoi, nei sotterranei e nelle camere di degenza dei vari reparti; spesso i magazzini delle scorte ospedaliere vengono ritrovati sotto sopra, come se qualcuno avesse rovistato in cerca di qualcosa o si fosse divertito, anche solo per dispetto, a creare un po' di scompiglio, anche se questi magazzini sono sempre chiusi a chiave e le chiavi le possieda solo un ristretto numero di addetti ai lavori. 
Spesso il personale infermieristico riporta di ombre che "camminano" lungo le pareti dei corridoi, i pazienti parlano di sussurri incessanti e in parecchi spesso e volentieri assistono a fenomeni strani, quali "nebbioline" vaganti e ascensori che nel cuore della notte si attivano da soli, anche quelli che per essere attivati hanno bisogno di una chiave speciale. 
Tra le varie leggende e i vari racconti nati in seguito a questi avvistamenti, è particolarmente inquietante la storia di due bambini che si rincorrono al piano terra e che appaiono all'alba nei pressi dell'ingresso e della relativa hall. 
Ci sarebbe (il condizionale in questi casi è d'obbligo) anche il fantasma di un infermiere che negli anni '70 si suicidò per una delusione d'amore e che da allora si aggira tra i reparti e tra le stanze dell'ospedale, come se lavorasse ancora lì e non avesse mia compiuto quell'insano gesto.
Altrettanto angosciante è la storia di un'anziana donna, morta negli anni '90, che fu dichiarata morta per ben quattro volte prima che fosse giunto veramente il suo momento, risvegliandosi per due volte in obitorio e altre due volte dopo che le era stato steso il lenzuolo bianco sul suo volto.
L' 8 maggio del 2002, due infermieri erano in pausa quando ebbero l'impressione che una delle sedie a rotelle "abbandonate" nel corridoio si muovesse.  Sebbene non fosse la prima volta, uno dei dipendenti prese il suo cellulare e decise di scattare delle foto. In una di queste si nota chiaramente una forma incorporea, dall'aspetto decisamente umano, che se ne sta seduta sulla carrozzina. Che la foto sia vera o meno o che sia stata in qualche modo ritoccata non è dato saperlo, ciò non toglie che l'immagine è da brividi lungo la schiena, anche se l'infermiere autore dello scatto, sostiene di non aver effettuato alcun tipo di ritocco.

Al centro dell'immagine, la figura incorporea seduta sulla sedia a rotelle.



Un ospedale abbandonato, infestato dai fantasmi, già spaventa di suo, ma un ospedale ancora in attività che registra tali fenomeni è ancora più spaventoso, dando la convinzione che al Clemente Alvarez si aggirino le anime delle persone che non riescono a trovare la strada verso la luce e che non si rassegnano all'idea di essere morti.



25 ottobre 2021

Halloween Kills: Michael Myers è tornato

 





Il 21 ottobre, giusto in tempo per Halloween, è uscito nelle sale cinematografiche italiane il film Halloween Kills, il dodicesimo sequel di una delle saghe horror più longeve che si ricordino e che è ancora capace di scavare a fondo nel suo protagonista, quel Michael Myers all'apparenza invincibile, fratello di Laurie, interpretata dalla magistrale e sempre sul pezzo Jamie Lee Curtis.
Nel film precedente avevamo lasciato Michael arrostire per bene tra le fiamme del seminterrato di Laurie Strode per mano di quest'ultima, con l'aiuto della figlia Karen e della nipote Allyson.
Senza voler rivelare troppo della trama, ci limitiamo a dire che, come avrete capito, Michael è ben lontano dall'essere morto e che anche in questo capitolo lascerà la sua copiosa scia di cadaveri dietro di sé, mentre Laurie dovrà, per l'ennesima volta, tentare di fermarlo.
Cosa dire di questo seguito? A parte atmosfera e fotografia, che da sole bastano a incarnare il mito di Halloween (inteso come saga cinematografica) e di Myers, la sceneggiatura e i dialoghi rendono il tutto abbastanza grottesco, forzato, rischiando di minare, in alcuni frangenti, la credibilità e la godibilità del film stesso.
Vale la pena andarlo a vedere? Assolutamente si, anche solo per l'aria che si respira e per il periodo che reclama a gran voce l'horror di una volta, quello dei cult, dei personaggi simbolo di questo genere, che da soli reggono l'intero film e tengono gli spettatori davanti allo schermo fino ai titoli di coda.
Halloween Kills era originariamente previsto per il 2020, ma a causa del Covid, così come per altre produzioni cinematografiche, la sua uscita è slittata a quest'anno. E' in programma anche l'uscita di un ulteriore sequel, previsto per ottobre 2022, e che dovrebbe intitolarsi Halloween Ends, il che fa intendere che anche in HK, il caro e vecchio Michael Myers se la caverà egregiamente, pronto a scatenare l'ennesima carneficina in quello che si preannuncia l'ultimo capitolo della saga.
O forse no?

Qui di seguito, il trailer in italiano del film:




01 ottobre 2021

La piantagione Myrtles










Nel 1701, a St. Francisville, Lousiana, il giudice Clark Woodruff avviò una piantagione. A quell'epoca, per avviare le piantagioni, venivano sfruttati gli schiavi. Come la storia purtroppo ci racconta, a quei tempi gli schiavi erano le "vittime" preferite della classe nobile e medio-borghese, nonché la forza lavoro a costo zero preferita dagli stessi, subendo soprusi, punizioni corporali e umiliazioni all'ordine del giorno. La piantagione di Woodruff fu creata, secondo le voci dell'epoca, sopra un terreno di sepoltura indiano; questo lui lo sapeva benissimo e nonostante questo non gli importò di dissacrare le tombe per sgombrare il terreno. Con il passare degli anni crebbe una vera e propria guerra familiare per chi dovesse avere più soldi e potere. Nella piantagione e nella abitazione annessa furono commessi una decina di omicidi, tanto che tutta la proprietà è stata classificata tra le più infestate d'America dopo Casa Matusita, e si racconta che i fenomeni paranormali siano molto frequenti ancora oggi. Ora la piantagione Myrtles svolge la funzione di bed e breakfast dopo un opportuno restauro, ma i fenomeni paranormali lasciano pensare che sia circondata da energie negative e oscure. All'interno di questo luogo, infatti, si trova uno degli oggetti più maledetti al mondo, che dall'aspetto può sembrare un normalissimo specchio del XVIII secolo, ma anch'esso ha un lato oscuro e sinistro.


Lo specchio "maledetto"


Le storie legate allo specchio, nel corso degli anni, hanno attirato un gran numero di visitatori. Alcuni raccontano che delle volte il suo riflesso mostra delle immagini orribili e distorte di coloro che osano specchiarsi al suo interno. Altri invece dicono di aver visto riflessi una donna con dei bambini dall'aspetto orribile, i corpi decomposti e gli occhi bianchi che danno l'impressione di scrutare dentro l'anima. Vengono anche viste delle impronte di mani di bambino, come se provenissero dalla parte interna dello specchio. I "fantasmi" di questa donna e di questi due bambini si dice che appartengano alla moglie e ai figli di Clark Woodruff, morti per avvelenamento per mano di Chloe, una schiava indiana alle dipendenze di Woodruff, che si era invaghito di lei, violentandola in più occasioni. Chloe aveva meditato una vendetta nei confronti del padrone e della sua famiglia, così aveva deciso di servire una torta avvelenata in modo da sterminarli tutti quanti. Tuttavia, il signor Clark non mangiò la torta, salvandosi dalla morte. La moglie e i figli, però, non ebbero la stessa fortuna: mangiarono la torta e, tra atroci dolori, morirono. In seguito a tale tentato omicidio riuscito solo in parte, Chloe fu impiccata all'albero vicino all'abitazione.
Nella piantagione Myrtles ci sono anche altri fantasmi che si possono materialmente vedere e percepire, come ad esempio tre soldati della guerra civile uccisi nei pressi della casa, o due bambini, vestiti con dei grembiulini, che pare furono uccisi dalla loro stessa madre. E' stato anche avvistato più di una volta il fantasma di una donna francese, intenta a piangere e a lamentarsi, asciugando le sue lacrime con un fazzoletto di pizzo nero, seduta sul porticato della piantagione nell'eterna attesa di qualcuno. 


Presenza riflessa sul vetro (cerchiata in giallo)


Presenza riflessa allo specchio (cerchiata in rosso)


A chiudere il quadro generale delle presenze che infestarono e infestano tutt'ora l'intera piantagione, c'è il fantasma di William Drew Winter, un avvocato che ha vissuto nella proprietà tra il 1860 e il 1871, anno in cui fu assassinato. Il fantasma di quest'ultimo lo si sente salire le scale barcollante, arrivando fino al diciassettesimo scalino per poi fermarsi di colpo. Si presume che sia morto proprio su quello scalino.


Foto che si trova all'interno della casa


Presenza immortalata nei pressi dell'abitazione (cerchiata in rosso)



26 settembre 2021

William Bill Ramsey: il lupo mannaro di Southend









Un caso molto particolare, tra i tanti a cui indagarono i coniugi Warren, è quello che prese il nome di "Il lupo mannaro di Southend" e che coinvolse un uomo di nome William Bill Ramsey. 
Bill Ramsey nacque nel 1943 a Southend-on-Sea, una contea inglese. Sin dalla tenera età aveva sofferto di disturbi del comportamento, che i suoi genitori non erano riusciti a definire e a curare. La causa di questi strani fenomeni sembra abbiano avuto inizio quando Bill aveva 9 anni. Stava giocando nel giardino di casa, immaginando di essere un pilota di aerei. A un tratto un freddo gelido gli attraversò le ossa e uno strano odore, paragonabile a quello di un animale bagnato, permeò l'aria. Il bambino iniziò a urlare a squarciagola e a strappare con i denti l'erba del giardino; contemporaneamente il cielo si era oscurato. La madre, sentendo le  urla  del figlio, si precipitò da lui per calmarlo, ma Bill aveva preso a ringhiarle contro e a strappare la recinzione a morsi e a mani nude. 
Qualche giorno dopo ebbe anche un comportamento anomalo in pubblico, mordendo, ringhiando e camminando a quattro zampe, proprio come un cane, o meglio un lupo. Verso i 12 anni,  il ragazzo ebbe un altro comportamento decisamente strano, sempre in pubblico. La madre lo stava accompagnando a scuola tenendolo per mano, quando lui d'un tratto mollò la presa e a quattro zampe si precipitò a scuotere con violenza un palo pubblicitario, sbavando e ringhiando contro chiunque gli si avvicinasse. In un'altra occasione, i genitori di Bill lo videro distruggere un pilastro di cemento con la sua sola forza delle mani. Da allora, gli attacchi divennero più frequenti, ma i genitori si affidarono ad alcuni psicologi che seppero insegnare al ragazzo come controllarsi in quei momenti di rabbia improvvisa. 




Bill, con il tempo, si era convinto di essere un lupo mannaro rinchiuso in un corpo umano, una convinzione che lo accompagnò tutta la vita. 
Nel 1983 si presentò in ospedale in stato confusionale e con la bava alla bocca, dicendo agli infermieri che doveva essere legato perché stava per perdere il controllo. Scambiato per uno dei tanti pazzi che ogni tanto si presentavano alle porte del Southend Hospital, non venne creduto e qualcuno si fece persino beffa di lui. 
D'un tratto, tra l'ilarità e lo scompiglio generale dovuto alla situazione assurda,  l'uomo salto addosso a un infermiere e lo morse al braccio, quasi staccandone una porzione, poi tentò la fuga a quattro zampe, ringhiando e cercando di mordere chiunque gli si avvicinasse, come le volte precedenti. Fortunatamente fu raggiunto, sedato e sottoposto ad un trattamento per capire quale fosse il suo problema. 


William Bill Ramsey


Nonostante i suoi problemi psichici e comportamentali, Bill si sposò ed ebbe tre figli, rivelandosi un padre affettuoso ed un rispettabile uomo di famiglia. Tuttavia, poco dopo il suo matrimonio iniziò ad essere tormentato dagli incubi. Si svegliava nel cuore della notte ringhiando e ululando come un lupo, nella preoccupazione di  tutti i familiari. Un'altra sera, mentre era in un locale a bere in compagnia di alcuni amici, sentendosi poco bene si recò in bagno e specchiandosi vide il riflesso di un lupo. Scioccato,  chiese ai suoi amici di essere riaccompagnato a casa e durante il tragitto aveva cominciato a ringhiare contro l'amico alla guida, che fermò l'auto immediatamente e con l'aiuto degli altri amici lo immobilizzarono. Una volta tornato in sé, come tutte le volte precedenti, Bill non ricordava nulla dell'accaduto.


Southend Hospital


Successivamente fu rinchiuso nel reparto psichiatrico del Southend Hospital per un breve periodo. 
Il 22 luglio 1987, in compagnia di una prostituta locale, Bill si recò presso la stazione di Polizia di Southend chiedendo di essere rinchiuso in cella dai poliziotti, preoccupato di poter essere pericoloso nei confronti delle persone. I poliziotti, credendolo ubriaco, lo invitarono ad uscire e a non allarmare più gli agenti di polizia con le sue assurde storie (in città ormai si era sparsa la voce in merito alle sue stranezze). All'improvviso iniziò a ringhiare come un animale rabbioso nei confronti di Terry Fisher, il sergente di polizia di turno quella sera, che fu afferrato per la gola, sollevato in aria e lanciato a terra come se fosse stato una bambola di pezza. Per fermare Bill, che in quel momento pareva essere dotato di una forza sovrumana, dovettero intervenire sei agenti di polizia, che si scrollò di dosso con una facilità disarmante, finché insieme non riuscirono a bloccarlo e a rinchiuderlo nella cella di detenzione della stazione di polizia. Per tutta la notte Bill ringhiò, si scagliò ripetutamente contro le sbarre e cercò di infilare la testa e le braccia attraverso lo sportello di ispezione della cella, costringendo gli agenti a chiamare un medico per somministrargli un potente sedativo. Data la sua situazione psicologica decisamente labile, fu inviato al Runwell Hospital per un esame psichiatrico. 


Runwell  Hospital


Una volta giunto al Runwell, però, Bill non ricordava nulla di quanto successo e gli psichiatri pensarono che potesse soffrire di una malattia mentale nota come licantropia clinica, una condizione mentale in cui la persona crede di essere un animale e di conseguenza si comporta come esso. I media iniziarono a interessarsi al caso chiamando l'uomo " Il lupo mannaro di Southend". 


Ed e Lorraine Warren


A questo punto entrarono in gioco i Warren, che dopo aver visto un documentario sul caso, cominciarono ad indagare pensando che si trattasse di una possessione demoniaca e decisero di contattare Bill. Il 28 luglio del 1989, Bill viaggiò attraverso il Connecticut, negli Stati Uniti, per incontrare i Warren e fu portato portato nella cappella della Madonna del Rosario. Lì Padre McKenna praticò su di lui un esorcismo. 


Bill con Padre McKenna


Durante l'esorcismo, Bill fu trattenuto perché si contorceva e ringhiava nei confronti del vescovo, affermando successivamente di aver sentito come se "una forza lasciasse il suo corpo", e da quel momento pare che non ebbe più attacchi di nessun genere. Ad oggi è considerato l'unico caso autentico di licantropia.
Tutti gli eventi del caso sono riportati nel libro Werewolf: A True Story of Demonic Possession, scritto dai coniugi Warren, pubblicato la prima volta nel 1991 e attualmente ancora in vendita in lingua originale su svariati store online.


19 settembre 2021

Mandy: la Bambola Maledetta

 









Al Quesnel Museum della Columbia Britannica, in Canada, tra tutti gli oggetti, le reliquie e i reperti storici esposti, spicca una bambola che, per via del suo aspetto e della storia che si cela dietro di esso, ha affascinato gli abitanti del luogo, i media canadesi e persino la direttrice del museo, Ruth Stubbs. Questa bambola si chiama Mandy e a fare così scalpore, così tanto notizia, è il fatto che si presume sia maledetta.
Mandy, diminutivo di Mereanda, è una bambola del 1900 fabbricata in Europa (probabilmente in Germania o nel Regno Unito) e fu donata al museo nel 1991 da una donna che sosteneva che la bambola avesse causato svariati incidenti e fosse stata la principale protagonista di parecchie "stranezze". La bambola di porcellana, quando fu donata, era in pessime condizioni, con crepe sul volto, il corpo spezzato, i vestiti sporchi e rovinati. La donna aveva raccontato alla direttrice che spesso si svegliava nel cuore della notte sentendo il pianto di una bambina, proveniente dal piano di sotto della sua abitazione. Ogni volta che andava a controllare non trovava alcuna traccia della presenza di una bambina, ma trovava sempre le finestre aperte e le tende spostate, nonostante prima di andare a letto avesse chiuso tutte le porte e le finestre della sua abitazione. Inoltre la donna notava che sparivano numerosi oggetti e suppellettili e non riusciva spiegarsene il motivo. Tutti questi spaventosi e inspiegabile accadimenti, la portarono a disfarsi della bambola. La direttrice sentendo questa storia aveva deciso di prenderla con sé e di tenerla esposta al museo.



Lo staff del museo sostenne che all'arrivo della bambola si verificarono strani avvenimenti, come spostamenti e sparizioni anomale di oggetti vari, un po' come succedeva a casa della precedente proprietaria. I visitatori del museo furono da subito attratti da Mandy e dal suo aspetto decisamente inquietante fissandola e discutendo di continuo, stregati dal suo sorriso sinistro e dal suo volto deturpato. Alcuni visitatori cominciarono a sostenere che osservandola bene è come se qualcosa di lei ti entrasse dentro, sentendo qualcosa di strano che ti pervade, come sensazioni ed emozioni intense e contrastanti, ma soprattutto dei brividi lungo la schiena. Altri visitatori sostengono che gli occhi di Mandy si muovano seguendo le persone all'interno del museo, altri ancora affermano addirittura di averla sentita parlare e ridere. Furono accusati anche dei malfunzionamenti alle telecamere di sicurezza e alle macchine fotografiche di coloro che avevano tentato di scattarle una foto. Numerosi parapsicologi hanno avuto a che fare con Mandy nel tentativo di comprendere quanto di quelle affermazioni, di quelle storie e di quelle testimonianze fosse vero. Tra pareri contrastanti, diversi sostennero che la bambola avesse delle energie maligne legata al suo passato, che si suppone sia oscuro, ma che resta comunque del tutto ignoto. 
In seguito a quell'inaspettato successo da parte di visitatori sempre più numerosi e assidui, Mandy fu spostata e sistemata in una teca, regalandole uno spazio tutto suo.




A oggi, Mandy è ancora esposta e continua a far parlare di sé i visitatori, attirati al Quesnel Museum dalla sua storia e dalla leggenda a essa legata.


11 settembre 2021

Il mito del Wendigo

 






I nativi americani, più spesso di quanto avrebbero mai potuto pensare, si ritrovavano a corto di cibo e, più in generale, di scorte alimentari. Le cause potevano essere molteplici: un pessimo raccolto, per esempio, una serie di sfortunate battute di caccia o delle epidemie che decimavano la popolazione e parte di coloro addetta all'approvvigionamento.
Capitava, così, che quando arrivava l'inverno, l'unico modo per procurarsi del cibo, per sopravvivere, era dedicarsi al cannibalismo. Di solito le "prede" erano gli anziani delle tribù, i deboli, coloro che non avrebbero comunque superato la stagione fredda o il periodo critico.
Quando ciò accadeva, si diceva che coloro che si erano dovuti nutrire di carne umana erano stati posseduti dal Wendigo, una creatura demoniaca capace di assumere sembianze umane e la cui credenza era diffusa tra le varie tribù degli attuali Stati Uniti d'America, del Canada e delle foreste settentrionali della Nuova Scozia.
Il Wendigo viene raffigurato, a grandi linee, come un essere di grandi dimensioni, con lunghi artigli e una bocca con denti affilati ma priva di labbra. Può essere provvista di corna ed è dotata di una velocità sovrumana.
Abile cacciatore di giorno, imbattibile la notte, è capace di rincorrere le prede per lunghi tragitti, per mangiarle vive una volta raggiunte.
La causa della trasformazione in Wendigo differisce da tribù a tribù: può essere causata dal morso da parte di un altro Wendigo, da una sua possessione spirituale o per mezzo di uno sciamano.
Quando questo avviene, la persona sente un irrefrenabile impulso a nutrirsi di carne umana, che conseguirebbe a chi se ne ciba velocità, forza e immortalità.


Rappresentazione del Wendigo


La leggenda del Wendigo è spesso associata al Bigfoot (o Sasquatch), anche se le caratteristiche fisiche di questi due esseri sono quasi del tutto differenti, dimensioni a parte.
Stephen King, noto scrittore canadese di romanzi horror, spesso nei suoi libri fa riferimento al mito del Wendigo; In Pet Sematary, per esempio, è il filo conduttore che collega il vecchio cimitero Micmac agli avvenimenti nefasti che accadono alla famiglia Creed.
Molto probabilmente, questo mito, questa leggenda, nasce con l'esigenza di fare da deterrente contro il cannibalismo, pratica abbastanza diffusa tra le tribù indiane del Nord America in situazioni di scarsità di cibo, come accennato a inizio articolo.
La figura del Wendigo è terreno fertile per le produzioni letterarie, cinematografiche e televisive, come nel film tratto dall'omonimo romanzo (di cui abbiamo appena fatto cenno) Pet Sematary del 1989 e di cui è uscito un remake nel 2019, nel secondo episodio della prima stagione della serie Supernatural o nel videogame Until Dawn, uscito in esclusiva nel 2015 per Playstation 4 e i cui mostri contro cui battersi sono appunto i Wendigo.

06 settembre 2021

Il cimitero di Moon Point








A sud della città di Streator, nell'Illinois, precisamente lungo la Route 23, si trova il Moon Point Cemetery. Il nome è dovuto a Jacob Moon, uno dei primi europei che nel 1800 colonizzò la regione e che aveva scelto quella terra per creare un cimitero di famiglia. Questo cimitero è molto antico e risale alla Guerra Civile; è anche conosciuto con il nome di  Moon Creek Cemetery. 




Il cimitero divenne famoso inizialmente per alcuni racconti sulle anime di soldati caduti e di entità demoniache che si aggirano tra le tombe al calare delle tenebre. Alcuni residenti della zona dicono che sia di giorno che di notte avvengono numerosi eventi inspiegabili, come risate di bambini, graffi sulla pelle, ombre e figure di persone tra le tombe. Tra le varie testimonianze, quella più interessante riguarda il fantasma di Hatchet Lady, il fantasma di una donna che, da quello che si narra,  vaga nel cimitero per vegliare sulla tomba di suo figlio, morto per le gravi ferite subite in guerra. La donna, una contadina che viveva nella periferia di Steator, dopo la morte del figlio ogni giorno si recava sulla sua tomba per piangerne la prematura scomparsa. Era solita andare in giro portando con sé un'ascia e il motivo era tanto di semplice deduzione quanto abbastanza contrastante con il suo aspetto mite da signora di una certa età: a quei tempi, infatti, era pieno di briganti e di profanatori di tombe, attratti anche e soprattutto da quelle dei militari, spesso seppelliti con le loro medaglie d'oro e d'argento, quindi la sua fedele ascia fungeva da deterrente nel caso, malauguratamente, ne incontrasse qualcuno. 


Hatchet Lady


Alcuni testimoni dicono che la si sente urlare o a volte anche solo sussurrare "andate via", ma non è chiaro a chi siano rivolte le sue parole. Oltre al suo fantasma, le testimonianze di quelli del luogo narrano di un'altra entità, quella di un ragazzo vestito con abiti del 1800 che si aggira nei pressi del cancello del cimitero e nelle aree circostanti. Si vedono anche delle luci fluttuanti, conosciute come Orb, di colore  rosso o bianco. Sono stati anche segnalati degli strani rumori dal custode del cimitero che, nel 2014, affermò di udirli provenire dalle spesse lastre di marmo delle tombe, come se dal sottosuolo qualcuno desse dei pugni come a volersi aprire un varco verso l'esterno, rumori che, a sua detta, duravano anche svariati minuti. 
Queste leggende, questi racconti e queste testimonianze, purtroppo, oltre a portare pubblicità a Streaton e al cimitero stesso, portano anche vandali e ragazzini curiosi che si intrufolano di notte alla ricerca di un fantasma da avvistare o lapidi da danneggiare. Per questo motivo, i residenti e la polizia locale hanno unito le forze e, soprattutto la sera, si affiancano a vicenda per pattugliare il cimitero ed evitare incursioni indesiderate.

02 settembre 2021

Gli Yūrei

 





Gli Yūrei sono degli spiriti di origine Giapponese. La leggenda narra che possono infestare persone, oggetti e luoghi. Non compaiono mai a caso, ma in luoghi ben precisi: dove furono uccisi, per esempio, seguendo il loro assassino o stando vicino alle persone che hanno amato. 
Per scacciarli, vengono praticati diversi rituali: quello funebre, che è anche il più comune, o quello dello scioglimento del legame con i vivi. Nel caso ci fosse uno Yūrei più "resistente" al rituale si dovrà procedere con un vero e proprio esorcismo.
Esorcizzare uno Yūrei non è come esorcizzare una persona posseduta da un demone tradizionale, così come avviene nella liturgia cattolica. In questo caso, infatti, l'esorcista tenta di "soddisfare" la richiesta che lo lega ancora al mondo terreno, mentre nel caso di uno spirito il cui corpo non abbia ricevuto una degna sepoltura, un cadavere che magari è stato occultato e mai ritrovato, per far sì che l'esorcismo funzioni è necessario trovare il corpo in questione e celebrare il funerale.
Ci sono diversi tipi di Yūrei. L'Onryō, per esempio, è un fantasma vendicativo che perseguita colui che l'ha maltrattato in vita. L'esorcismo, in questo caso consiste nel compiere la vendetta che l'anima sofferente brama. Se la vendetta non fosse realizzabile, l'esorcista dovrà procedere con dei diversi riti di purificazione. Il metodo più interessante nell'esorcizzare uno Yūrei è quello shintoista, nel quale si utilizza un Ofuda, un talismano consistente in un foglio su cui viene scritto il nome di un Kami, una parola Giapponese usata per indicare uno spirito soprannaturale o una divinità. L'Ofuda va premuto sulla fronte del posseduto, oppure lo si appende nel luogo infestato finché il luogo non sarà purificato dallo Yūrei.


Ofuda


In Giappone c'è un "gioco" che viene fatto per far manifestare gli Yūrei e che ha la stessa funzione delle sedute spiritiche effettuate con la tavola Ouija. Questo gioco si chiama Hyakumonogatari Kaidankai e funziona così: si accendono 100 candele e ogni partecipante racconta a turno una storia di fantasmi detti Kwaidan. Al termine di ogni racconto va spenta una candela e dopo che anche l'ultima candela viene spenta, lo Yūrei si materializza nel luogo in cui è stato evocato. 
Inizialmente gli Yūrei erano rappresentati come se fossero delle persone normali, poi con lo sviluppo della letteratura, della pittura e del teatro, iniziarono a essere descritti e raffigurati con delle precise caratteristiche.


Yūrei

Vengono infatti rappresentati con dei lunghissimi capelli neri, una veste bianca molto ampia che impedisce di vedere la parte inferiore del loro corpo, le braccia tese in avanti, un andamento fluttuante e delle fiammelle che virano tra il blu e il viola intorno a loro. Nei manga, lo  Yūrei viene rappresentato con in testa un fazzoletto bianco piegato a triangolo.


Yūrei nella tradizione nipponica
Yūrei nei Manga



Come accennato prima, ci sono varie categorie di Yūrei:


Jibakurei

Spirito di un suicida o di qualcuno morto con dei rimpianti, infesta un particolare luogo.


Hyōirei 

Fantasma che si insinua nel corpo di un vivente, molto simile a una possessione.


Onryō 

Fantasma vendicativo che torna nel mondo dei vivi per perseguitare colui che l'ha maltrattato in vita.


Goryō

Spirito di aristocratico ucciso o tradito dai propri servi che torna per chiedere vendetta.


Funayūrei

Spettro di marinaio morto in mare, se sale su una nave ne causa l'affondamento.


Gaki (o Preta)

Nato e diffuso nell'ambito della cultura buddista, è un fantasma morto col peccato dell'avarizia o della gelosia, è condannato a desiderare di sfamarsi e dissetarsi invano e viene raffigurato con particolari oggetti nelle mani. Spesso è disgustoso e avvilito.


Jikininki

Una variante del precedente fantasma, ma condannato a cibarsi di cadaveri.


Ikiryō

Particolare forma di spirito che si manifesta quando la persona ancora in vita ha un forte desiderio di vendetta. Appare vicino ai familiari.


Zashiki-warashi

Fantasma di bambino, è spesso molesto.


18 agosto 2021

Aokigahara (Jukai): la foresta dei suicidi





C'è una foresta di 35 km quadrati che si estende a nord-ovest del monte Fuji in Giappone, precisamente nella prefettura di Yamanashi. La foresta si chiama Aokigahara, che significa "Mare di alberi silenti". Ha una vegetazione molto fitta e la sua estensione è talmente ampia che è possibile trovare sia rocce laviche che vere e proprie caverne di ghiaccio. Questa foresta è tristemente conosciuta in Giappone e nel resto del mondo per essere teatro di innumerevoli suicidi. Nel 1998 vennero trovati 74 corpi in avanzato stato di decomposizione, nel 2002 ne vennero trovati 78; nel 2010 al suo interno avvennero 247 suicidi, nel  2014 ne avvennero 110, nel 2016 173 e nel 2018 se ne contarono addirittura 340. Nel vano tentativo di dissuadere la gente dall'addentrarsi nella foresta per compiere l'estremo gesto, furono affissi numerosi cartelli, ma pare che questo, più che funzionare da deterrente, scateni l'effetto opposto. Il tasso di suicidi in Giappone, del resto, è tra i più alti al mondo. 




Corrono delle leggende su questa foresta; gli abitanti che vivono nelle vicinanze sostengono che sia maledetta e che le anime del passato, intrappolate in questo luogo, attirino a sé i passanti più sensibili, le persone fragili, malate, o individui con dei problemi che in quel momento sembrano irrisolvibili, convincendoli ad inoltrarsi nella selva oscura per venirne inghiottiti e successivamente ritrovati cadaveri. Numerosi sono i casi di visitatori che, senza alcun problema apparente di depressione o di salute, furono ritrovati impiccati.




Sia i visitatori che gli abitanti vicini ad Aokigahara, dicono che il silenzio della foresta sia un qualcosa che ti entra dentro e ti offusca la lucidità. Le modalità di suicidio più usate sono due: l'impiccagione e l'overdose da farmaci. I corpi senza vita vengono regolarmente ritrovati in diverse zone delle foresta, alcuni completamente nudi, come se avessero voluto offrirsi a una qualche divinità con il loro sacrificio.




Ad alimentare queste leggende fu anche il romanzo giallo di Kuroi Jukai, scritto da Seicho Matsumoto nel 1960 e che termina con la drammatica morte di due amanti che si suicidano proprio in questa foresta. Il nome Aokigahara è anche associato all'usanza detta ubasute (tradotto in: abbandono di una persona anziana) del 1800, in cui i membri anziani venivano accompagnati e guidati fin dentro la foresta dai loro cari per poi abbandonarsi alla morte. Tale usanza era necessaria nei periodi di carestia al fine di far fronte alle carenze di cibo sacrificando i membri più deboli e meno produttivi, gli anziani appunto. Sempre secondo la leggenda, dopo la loro morte si trasformavano in yurei, anime incapaci di raggiungere l'aldilà. Nel 1993 uscì, non senza polemiche, anche il "Manuale Completo del Suicidio", scritto da Wataru Tsurumi, le cui copie furono spesso ritrovate accanto ai corpi nella foresta. 
Il problema dei suicidi di Aokigahara è talmente rilevante che ogni anno viene incaricata una squadra di ricerca per recuperare i cadaveri, accentrarli in punti comuni e sorvegliarli fino all'arrivo delle autorità.

Nel 2015 uscì il film La foresta dei sogni , diretto da Gus Van Sant, con Matthew McConaughey, Naomi Watts e Ken Watabase.


Locandina del film

La trama narra di un uomo che, spinto dall'amore e dal rimorso, si reca in Giappone, nella misteriosa foresta di Aokigahara, per intraprendere un difficile cammino di riflessione e di sopravvivenza.

 



Nel 2016  uscì Jukai - La foresta dei suicidi, diretto da Jason Zada, con Natalie Dormer e Taylor Kinney.

Locandina del film


Il film racconta la storia di una ragazza americana arrivata in Giappone per ritrovare la sorella misteriosamente scomparsa. La ricerca la porta ad addentrarsi all'interno di un'antica foresta, nota per essere la destinazione di persone intenzionate a suicidarsi.




Sulla famosissima piattaforma di Netflix, invece, nel documentario Dark Tourist del 2018, la seconda puntata si svolge nella foresta di Aokigahara.

16 agosto 2021

Libri su esorcismi e possessioni



Per la sezione Bazar, questa volta, vogliamo consigliarvi tre libri che riguardano il mondo delle possessioni demoniache e degli esorcismi e che vi faranno comprendere e conoscere ciò che si cela dietro al maligno. Di film sul tema ce ne sono a bizzeffe, ma spesso ci dimentichiamo che anche nella vita reale accadono eventi di questo genere, eventi che richiedono l'intervento di un esorcista, e considerando che quest'ultimo, per effettuare il suo intervento, deve essere nominato e autorizzato dal vescovo, è chiaro che non siano solo suggestioni, non sempre almeno.
Date un'occhiata ai nostri suggerimenti e ricordate che nella sezione commenti potete sempre dire la vostra!


Professione esorcista. I più sconvolgenti casi di possessione e liberazione




Padre Cesare Truqui è allievo di Padre Amorth e Segretario Generale dell'Istituto Sacerdos di Roma, che in questo libro racconta la sua ventennale esperienza sul mondo degli esorcismi. Edito da Piemme, è in vendita su Amazon a questo link.




Il diavolo, oggi. Le ultime parole di un grande esorcista




Padre Gabriele Amorth è stato forse uno dei più grandi e noti esorcisti della diocesi di Roma, ha scritto diversi libri sul tema degli esorcismi, testimonianze in prima persona di una lotta tra il bene e il male che dura ancora oggi. Il suo ultimo libro, edito anche questo da Piemme e disponibile su Amazon a questo link, racconta dell'odierna influenza del demonio non solo sulle singole persone, ma anche sui popoli e sulle società. Padre Amorth è scomparso nel 2016.



Il mio nome è Satana. Storie di esorcismi dal Vaticano a Medjugorje




Ultimo suggerimento per un libro scritto da Fabio Marchese Ragona, che indaga, interroga sacerdoti e cerca testimonianze varie tra coloro che hanno effettuato esorcismi e quelli che l'esorcismo l'hanno vissuto in prima persona. Edito da San Paolo Edizioni, lo trovate a questo link.


Tre suggerimenti tra decine e decine di libri sull'argomento, scritti da tre autori diversi, con diverse esperienze e soprattutto, diversi punti di vista; qualunque sia il vostro, non rimarrete delusi in nessun caso.